L’Italia e il riarmo: 12 miliardi in più in un anno, la spesa sociale che diventa acciaio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il dato, per certi versi atteso ma non per questo meno eloquente, è stato certificato ieri dal segretario generale della Nato, Mark Rutte, nel rapporto annuale dell’Alleanza: l’Italia ha superato per la prima volta – e per un soffio, va detto – la soglia del 2 per cento del Pil destinata alle spese per la difesa, attestandosi al 2,01 per cento. Un traguardo che, tradotto in cifre assolute, corrisponde a circa 45 miliardi di euro nel 2025. Il salto, rispetto all’anno precedente, è impressionante: dodici miliardi in più in un solo esercizio finanziario, considerando che nel 2024 il rapporto si fermava all’1,52 per cento. Una progressione che, al di là delle retoriche ufficiali, racconta di una precisa scelta di politica economica: quella di dirottare risorse pubbliche – una parte non trascurabile delle quali, in altri contesti, sarebbe stata assorbita dal welfare – verso l’industria bellica, gonfiando i bilanci delle imprese che producono armi e proiettili.

L’accelerazione senza precedenti in Europa

Non si tratta, va precisato, di una corsa solitaria dell’Italia. Il rapporto Nato, pubblicato il 26 marzo, fotografa un fenomeno di portata continentale: nell’arco di dodici mesi, i Paesi europei membri dell’Alleanza hanno impresso un’accelerazione alla spesa militare che non trova riscontro nelle statistiche recenti. Per la prima volta nella storia dell’organizzazione, tutti i 32 Stati aderenti hanno centrato l’obiettivo del 2 per cento del Pil. Alcuni, come l’Italia, lo hanno fatto “per il rotto della cuffia”, con margini minimi; altri hanno già ampiamente superato quella soglia, in particolare nell’area dell’Europa orientale, dove gli investimenti nel settore della difesa corrono a ritmi sostenuti da dinamiche geopolitiche ben precise. Quello che emerge dal report, insomma, è un quadro di riarmo generalizzato, finanziato con risorse che altrove – e qui sta il nodo politico – vengono sottratte ad altre voci di bilancio.

Un obiettivo centrato, ma è solo l’inizio di una traiettoria

Il raggiungimento del 2 per cento, per quanto storicamente rilevante, rischia di essere interpretato più come un punto di partenza che come un traguardo definitivo. Il contesto in cui si muove il governo Meloni – va ricordato che alla Casa Bianca siede nuovamente Donald Trump – è quello di una pressione costante, da parte degli Stati Uniti, affinché gli alleati europei incrementino ulteriormente il proprio impegno finanziario in materia di sicurezza. Gli scenari delineati nei documenti di programmazione Nato, del resto, non si fermano all’attuale soglia: gli obiettivi futuri – e qui si parla di percentuali ben più alte, fino al 5 per cento del Pil per alcuni Paesi – imporrebbero all’Italia uno sforzo aggiuntivo di circa cento miliardi di euro da qui al 2035. Un’eventualità che, qualora venisse recepita nelle prossime manovre di bilancio, ridefinirebbe in modo strutturale le priorità della spesa pubblica.

I numeri e la sostanza di una riconversione del bilancio

A rendere plastico il passaggio è la cifra di 45 miliardi di euro spesi per la difesa nel 2025. Una somma che, se rapportata all’incremento di 12 miliardi registrato in un solo anno, restituisce l’idea di un cambio di passo deciso. Non si tratta soltanto di adeguamenti tecnici o di ammodernamenti ciclici delle dotazioni militari, ma di una vera e propria riconversione della leva fiscale: le risorse, in larga parte, vengono drenate da settori tradizionalmente legati alla spesa sociale e trasferite verso la produzione industriale bellica, con conseguenze dirette sulla composizione dei bilanci delle imprese che operano nel settore. Un passaggio, questo, su cui è intervenuto anche il senatore Stefano Patuanelli, rilevando con una nota di fatto – e senza infingimenti – l’entità dello spostamento di risorse: dodici miliardi in più per la difesa in un solo anno rappresentano, a suo avviso, una scelta netta, difficile da mascherare dietro a generiche esigenze di sicurezza.

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