Il caso dei tedofori di Milano Cortina 2026: tra esclusioni, polemiche e tute in vendita sul web
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Redazione Sport
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La scelta dei tedofori per il viaggio della fiaccola olimpica verso Milano Cortina 2026 ha sollevato, come spesso accade in simili circostanze, un vivace dibattito, svelando storie di atleti dimenticati e dinamiche che poco sembrano avere a che fare con lo spirito originario dei Giochi. Alla fine, il presidente della Fondazione Milano Cortina Giovanni Malagò è dovuto intervenire pubblicamente, affermando che "l'ultima cosa al mondo è che ci possa essere una medaglia d'oro non coinvolta", lasciando intendere che sulle modalità di selezione sarebbero arrivate, a breve, delle doverose puntualizzazioni. In realtà, come emerso chiaramente dalle diverse testimonianze, i campioni olimpici italiani non chiamati a partecipare alla staffetta sono numerosi, ciascuno con una storia di gloria sportiva che, apparentemente, non è bastata a garantirgli quel riconoscimento.
Le voci degli esclusi: da De Zolt a Piller Cottrer
Tra i nomi più illustri che non hanno ricevuto la chiamata spicca quello di Maurilio De Zolt, l'atleta che, a 44 anni, divenne il più anziano oro olimpico invernale della storia azzurra a Lillehammer 1994. Lui, che con i suoi compagni di squadra ammutolì duecentomila tifosi norvegesi, si ritroverà a portare la fiaccola solo in veste di rappresentante dei vigili del fuoco, una circostanza che ha il sapore di una curiosa anomalia. Un destino simile è toccato a un altro pilastro dello sci di fondo, Pietro Piller Cottrer, soprannominato il "Caterpiller" per la sua forza inarrivabile nel passo pattinato. Autore di una carriera costellata di podi olimpici e mondiali, e artefice fondamentale della vittoria nella staffetta di Torino 2006, anche a lui non è stato riservato il ruolo di tedoforo, una scelta che ha lasciato molti perplessi, considerando il suo status di leggenda in Norvegia, paese che dello sci di fondo ha fatto una religione nazionale.
Il mercato delle tute e lo "spirito olimpico" perduto
Accanto alle polemiche sulle esclusioni, un altro episodio ha offuscato l'immagine della campagna della fiaccola, portando alla luce una prassi discutibile e decisamente poco in linea con i valori che i Cinque Cerchi pretendono di rappresentare. Diversi tedofori, infatti, hanno messo in vendita sui più popolari siti di compravendita dell'usato il completo integrale ricevuto per l'occasione, comprendente tuta, guanti, cappello e zaino, chiedendo per esso cifre che superano anche i milleseicento euro. Sebbene ognuno sia libero di gestire i propri beni come meglio crede, la commercializzazione di quel simbolo, carico di un significato istituzionale e ideale unico, rappresenta un gesto che fa storcere il naso, trasformando un'onorificenza in un mero oggetto di bacheca, il cui valore viene misurato in euro più che in emozioni condivise.
Le selezioni e il caso Valbusa
Il meccanismo di scelta dei tedofori, del resto, appare frammentato e non sempre trasparente, come dimostra il caso di chi è stato selezionato direttamente dal sindaco di Verona, una modalità che evidenzia come i criteri adottati possano variare sensibilmente da territorio a territorio, lasciando spazio a dinamiche locali più che a un disegno unitario e celebrativo della storia sportiva nazionale. Questa disparità di trattamento finisce inevitabilmente per creare un cortocircuito, dove il merito agonistico più puro e riconosciuto a livello internazionale viene a scontrarsi con logiche di altro tipo, generando un senso di ingiustizia tra coloro che hanno vestito la maglia azzurra ai massimi livelli. Il risultato è un racconto della fiamma olimpica che, in alcuni suoi passaggi, rischia di apparire slegato da quella stessa epica sportiva che pure dovrebbe celebrare, sollevando interrogativi su cosa si intenda realmente per eredità e coinvolgimento in un evento di tale portata.




