L’incertezza della guerra e lo sguardo al voto tengono le Borse sul filo del rasoio
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche, ha scatenato una volatilità che da giorni tiene i mercati finanziari con il fiato sospeso. Il prezzo del greggio Brent, dopo aver sfiorato quota 120 dollari al barile nella seduta di lunedì per poi attestarsi intorno ai 90 dollari, continua a oscillare in un range ampio e pericoloso, riflettendo la difficoltà degli investitori nel prezzare uno scenario i cui contorni restano quanto mai incerti. Una difficoltà, questa, acuita dalle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, le cui alternanze tra toni bellicosi e aperture a una possibile tregua finiscono per amplificare i movimenti dei listini, trasformando ogni sua apparizione in un potenziale driver per le contrattazioni.
Tommaso Tassi, Country Head Italia di Columbia Threadneedle Investments, in un contesto del genere preferisce non sbilanciarsi, suggerendo un approccio attendista che possa fare chiarezza sulla durata effettiva del conflitto e sulle sue ripercussioni a medio termine. La sua cautela appare più che giustificata se si considera il nodo cruciale rappresentato dallo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una fetta significativa del petrolio mondiale. Finché quel passaggio resterà di fatto bloccato – come hanno denunciato fonti iraniane e come conferma la riduzione della produzione in paesi come Kuwait e Iraq – il problema, per gli analisti, non sarà soltanto il prezzo, ma la concreta indisponibilità fisica della materia prima, un fattore capace di innescare spirali inflazionistiche difficilmente controllabili dalle banche centrali.
L’orientamento a non compiere mosse affrettate, tuttavia, non è condiviso da tutti gli operatori. C’è anche chi, come LGT Wealth Management, inizia timidamente a incrementare la posizione sull’azionario, scommettendo su una fiammata del greggio che potrebbe essersi già consumata e su un’azione coordinata dei paesi del G7, pronti a immettere sul mercato le riserve strategiche per calmierare le quotazioni. Una scommessa, quest’ultima, che guarda oltre il frangente immediato per concentrarsi su ciò che attende i mercati tra qualche mese. Se la guerra rappresenta la miccia, a dettare il passo dell’umore degli investitori saranno probabilmente le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, un appuntamento che storicamente introduce una dose ulteriore di turbolenza




