Il decreto sicurezza approda alla Camera tra le proteste delle opposizioni e lo spettro di un intervento correttivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aula di Montecitorio, convocata ufficialmente per le ore 9 di questa mattina, si appresta a discutere il decreto-legge n. 23 del 2026 – quel pacchetto di misure urgenti in materia di sicurezza pubblica già approdato in seconda lettura dal Senato – con un clima politico surriscaldato da polemiche procedurali e da un incidente tecnico che ha finito per coinvolgere persino il Colle. Sebbene l’ordine del giorno preveda le votazioni non prima delle 11.30, il dibattito si è acceso immediatamente sulla forma, prima ancora che sulla sostanza del provvedimento, in particolare per quanto riguarda l’articolo 30-bis, quel meccanismo che prevedrebbe un compenso per gli avvocati impegnati nelle procedure di rimpatrio volontario. Una norma, quest’ultima, che ha sollevato più di una perplessità negli uffici del Quirinale, al punto da spingere il sottosegretario Mantovano a una precipitosa salita al Colle per tentare di ricucire uno strappo che rischiava di compromettere l’iter della legge.

Le critiche delle opposizioni e il nodo della fiducia

A fronte di queste tensioni, i gruppi di minoranza – dal Partito Democratico al Movimento 5 Stelle, passando per Avs e Più Europa – hanno alzato il muro, chiedendo a gran voce la convocazione della conferenza dei capigruppo. «Non possiamo iniziare i lavori senza che ci sia una chiarezza definitiva», ha tuonato la capogruppo dem Chiara Braga, lamentando un’umiliazione subita dal Parlamento stesso, costretto a votare un testo che – a suo dire – sarebbe palesemente incostituzionale. L’accusa principale, che è stata rilanciata anche da Riccardo Magi e Marco Grimaldi, riguarda il metodo: il decreto, secondo questa ricostruzione, sarebbe stato tenuto in ostaggio a Palazzo Madama per quasi cinquanta giorni, arrivando a Montecitorio senza un mandato chiaro per il relatore. La maggioranza, dal canto suo, sembra aver preso atto dell’impossibilità di correggere il tiro in extremis con un emendamento in commissione, ipotesi che è sfumata nel corso della serata di lunedì a causa dei tempi troppo stretti e del possibile effetto-dominio che un ulteriore passaggio al Senato avrebbe generato.

La posizione di Fratelli d’Italia tra buon senso e accuse di ostruzionismo

A intervenire nel dibattito, gettando benzina sul fuoco polemico, sono stati i rappresentanti dello stesso partito di maggioranza. Marco Cerreto, deputato campano di Fratelli d’Italia e capogruppo in Commissione Agricoltura, ha provato a difendere l’operato dell’esecutivo, sottolineando come il decreto nasca da esigenze di tutela dei territori e di rafforzamento della legalità. Secondo Cerreto, che già in passato aveva rivendicato l’impegno del governo su temi come la lotta alla criminalità organizzata e il recupero di aree complesse come i Quartieri Spagnoli, le critiche mosse dalle opposizioni appaiono fuori luogo perché destano perplessità in chi dovrebbe invece riconoscere il valore di interventi fondati sul mero buon senso. Ancora più duro è apparso Massimo Ruspandini, presidente provinciale del partito e parlamentare, il quale ha descritto l’atteggiamento della sinistra come un inspiegabile mettersi di traverso, quasi a voler fiancheggiare alcune categorie piuttosto che tutelare i «cittadini onesti e per bene». Una narrazione, quella di Ruspandini, che tenta di ribaltare la prospettiva: non una norma mal scritta o un eccesso di zelo legislativo, ma una resistenza ideologica al principio d’ordine.

L’ipotesi di uno stralcio e il countdown del 25 aprile

Mentre l’aula procede nella discussione generale, gli scenari tecnici si fanno sempre più contorti. Consapevoli che la data di scadenza per la conversione in legge è fissata per il 25 aprile, gli strateghi di maggioranza starebbero ora vagliando la possibilità di un intervento correttivo diretto in Consiglio dei ministri. In pratica, qualora il testo venisse approvato a Montecitorio con la versione contestata dal Colle, si potrebbe procedere a breve con un decreto-legge ad hoc o con un provvedimento stralcio che si limiterebbe a sterilizzare la parte incriminata, senza dover quindi rinviare l’intero pacchetto in Senato. Si tratterebbe di una soluzione di compromesso – inedita nei suoi contorni procedurali – che lascia però molti interrogativi sulla tenuta del governo: la paura di un “muro” delle opposizioni e la cronica carenza di tempo stanno infatti spingendo l’esecutivo verso una sorta di “autoriparazione” della legge in corsa, un espediente che gli stessi promotori del provvedimento stentano a definire elegante.

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