Il piano inclinato della «moral suasion»: il dl sicurezza è legge, il governo corre ai ripari con un decreto correttivo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si è concluso bene il brutto pasticcio del decreto sicurezza e dell’incentivo di Stato agli avvocati agenti della remigrazione, scandalo che abbiamo denunciato per primi. E non importa che quella norma infame sia stata attenuata o che forse non sarà applicata per ragioni di contenimento della spesa (non di umanità). Al governo è stato consentito di approvare una misura non solo evidentemente, ma anche dichiaratamente incostituzionale.

Il copione, consumato in una manciata di minuti e qualche centinaio di metri tra Montecitorio e Palazzo Chigi, ha consegnato al Paese un provvedimento che calpesta la Carta. La scena si apre alle 12.17 di ieri mattina, quando l’Aula della Camera dà il via libera al testo di conversione del decreto. Siamo nella fase delle cerimonie rituali: i deputati leghisti si mettono in posa per i sorrisi di rito, mentre Matteo Salvini, tra una battuta al veleno sui propri colleghi e l’altra, si prepara a raggiungere il Cdm. Alle 12.37, con Antonio Tajani alla guida della riunione a Palazzo Chigi, scattano i meccanismi di emergenza: in soli 9 minuti (finiti alle 12.48) il governo confeziona il decreto correttivo della "sciagurata norma sugli avvocati". Nel pomeriggio, intorno alle 17, Sergio Mattarella ha dovuto promulgare il primo ed emanare il secondo, sancendo la fine di una partita che lascia l’amaro in bocca a chi crede nella separazione dei ruoli e nella rettitudine della difesa tecnica.

Il braccio di ferro con il Colle e l’onta dei 615 euro

La vicenda affonda le radici in un emendamento (il famigerato 30-bis) voluto dalla maggioranza in Senato, che introduceva un compenso di circa 615 euro per l’avvocato che fosse riuscito a convincere il proprio assistito migrante ad accettare il rimpatrio volontario. Una norma che, come rilevato prontamente dagli uffici del Quirinale e dallo stesso Capo dello Stato, presenta profili di incostituzionalità palesi. Il problema non era solo etico (l’avvocato che smette di fare l’avvocato per fare il funzionario amministrativo), ma anche pratico: legare il compenso all’avvenuta partenza, e limitarlo ai soli legali, trasformava la difesa in una sorta di mediazione a premio.

La pressione esercitata da Sergio Mattarella, quella che i tecnici chiamano «moral suasion», ha avuto un effetto tangibile ma paradossale: ha spinto l’esecutivo a raddoppiare la scommessa. Di fronte al rischio di una mancata promulgazione, il governo Meloni ha scelto la scorciatoia procedurale. Invece di correggere il tiro in aula, ha blindato il testo originario con la fiducia (votata con 203 sì e 117 no) e ha annunciato un secondo provvedimento per rattoppare la falla. Una soluzione che gli addetti ai lavori definiscono "tecnica" ma che politicamente appare come un'autentica resa sul piano della qualità della legislazione.

La maratona di Montecitorio e l’incasso della destra

Mentre fuori e dentro l’aula si consumava lo scontro, le forze di minoranza hanno tentato l’ostruzionismo, protrattosi per quasi 44 ore di fila, culminato nel canto di "Bella Ciao" alla vigilia del 25 aprile. Un gesto ad alta intensità simbolica, quello dei parlamentari del centrosinistra, che ha infiammato gli animi suscitando la reazione piccata del vicepremier Salvini, il quale ha invitato i colleghi a non trasformare l’Aula in un festival canoro. Non è bastato però a fermare il carro della maggioranza: il testo finale è passato con 162 voti favorevoli (anche se i numeri cambiano a seconda delle fonti tra 162 e 203, a seconda della tipologia di votazione considerata) contro i 102 dell’opposizione.

Il cuore del pacchetto sicurezza, dunque, diventa legge. Con esso arrivano le norme sulle baby gang, il giro di vite sui coltelli e il contestato "fermo preventivo" per i manifestanti, che consente alle forze dell’ordine di allontanare una persona per un massimo di 12 ore se ritenuta pericolosa nel contesto di una protesta. Una stretta che, nelle intenzioni del governo, serve a restituire decoro e legalità alle città, ma che la sinistra (con Chiara Braga in testa) ha definito come un «attacco allo Stato di diritto» e alla libertà di espressione.

Il decreto correttivo: un cerotto sulla gamba spezzata

Con il decreto correttivo approvato nel pomeriggio, l’esecutivo ha cercato di smontare l’ostacolo più grosso: quello del conflitto di interessi per gli avvocati. La nuova norma, infatti, allarga la platea dei possibili percettori del compenso. Non più solo gli avvocati, ma anche mediatori culturali o rappresentanti di enti umanitari potranno ricevere il contributo per assistere il migrante nella procedura di rimpatrio volontario. Inoltre, si svincola il compenso dall’esito della partenza: basterà la conclusione del procedimento amministrativo.

Un cambiamento che, sulla carta, risponde alle obiezioni del Capo dello Stato, ma che non cancella la sensazione di un’operazione affrettata. Le coperture economiche restano da definire con precisione (il ministro Giorgetti ha assicurato che ci sono, ma i dubbi rimangono) e soprattutto rimane in piedi la norma madre del decreto sicurezza, quella che il governo Meloni rivendica come un "passo concreto" per la tutela dei cittadini. In definitiva, l’Italia si ritrova con un doppio binario normativo: una legge dura e pura sulla sicurezza, affiancata da un decreto di "sistemazione" che prova a riparare l’unico vero vulnus procedurale, senza però intaccare lo spirito punitivo dell’intera operazione.

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