Decreto sicurezza, il piano inclinato della «moral suasion»
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Redazione Interno
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Non si è concluso bene il brutto pasticcio del decreto sicurezza e dell’incentivo di Stato agli avvocati agenti della remigrazione, scandalo che abbiamo denunciato per primi. E non importa che quella norma infame sia stata attenuata o che forse non sarà applicata per ragioni di contenimento della spesa (non di umanità). Al governo è stato consentito di approvare una misura non solo evidentemente, ma anche dichiaratamente incostituzionale, confidando poi in una correzione tardiva – quella che i giornali hanno battezzato come il “decretino” – per mettere una pezza a un buco nero legislativo creato ad arte.
Il teatrino della legalità a Montecitorio
Mentre l’Aula della Camera, dopo 44 ore di maratona, dava il via libera definitivo al testo blindato dalla fiducia, le opposizioni intonavano “Bella Ciao” tra i banchi. Sorrisi e pollici all’insù per la truppa leghista immortalata sui gradini del cortile: «Dai che la giriamo a Bonelli!», gongolava Matteo Salvini a beneficio degli obiettivi fotografici. Una battuta al veleno, però, ha anticipato la fuga verso Palazzo Chigi: «Bene, ora vado in Cdm a smontare il decreto sicurezza». In quella constatazione, lieve e amara, c’è l’essenza di tutta la vicenda: l’esecutivo ha incassato i consensi sulla propaganda ma ha dovuto immediatamente correre ai ripari, consapevole che il testo licenziato conteneva un emendamento (il famoso articolo 30 bis) destinato a saltare sotto il peso dei rilievi del Quirinale e delle proteste dell’avvocatura.
I nodi giuridici del compenso ai legali
Nel mirino del Capo dello Stato, e poi del Consiglio nazionale forense, era finita la norma che legava il compenso di 615 euro per l’avvocato al buon esito del rimpatrio volontario del migrante assistito. Una disposizione, quest’ultima, che rischiava di trasformare il difensore in un pubblico ufficiale al servizio della “remigrazione”, stravolgendo il principio sacrosanto della parità tra le parti e del diritto di difesa sancito dalla Costituzione. Per uscire dall’impasse – e scongiurare il gesto estremo del rinvio presidenziale – la maggioranza ha dovuto varare un decreto legge correttivo in un Consiglio dei ministri lampo durato appena nove minuti, presieduto da Antonio Tajani. Il “premio” viene mantenuto, ma viene sganciato dall’esito della pratica ed esteso anche ai mediatori culturali, nella speranza di ammorbidire le critiche senza però cancellare il sospetto che si sia voluto, comunque, introdurre un meccanismo di condizionamento.
Un bis rispetto al passato
L’intera operazione, come spesso accade con i governi che fanno della tabella di marcia la loro bandiera, si regge su un paradosso temporale: la legge già approvata contiene un reato o un incentivo che il governo stesso, poche ore dopo, si impegna a disinnescare con un altro provvedimento. Se la ratio del decreto d’urgenza è la necessità, risulta quantomeno singolare la necessità di correggere immediatamente ciò che si è appena reso esecutivo. Non è un precedente pericoloso? Lo è senz’altro per la qualità della produzione normativa, che diviene un fiume carsico fatto di spinte e controspinte, dove la stabilita delle regole cede il passo all’estro del momento. Al di là della sorte del singolo emendamento, la prassi conferma un metodo: la «moral suasion» non riesce a fermare l’approvazione di norme mal scritte, limitandosi a contenerne gli effetti solo dopo che queste hanno ottenuto la copertura del voto parlamentare.




