La lezione spagnola sul costo dell’energia che l’Europa, e l’Italia in particolare, devono ascoltare
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Redazione Economia
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La crisi energetica che ha scosso il continente nelle ultime settimane – una crisi figlia dell’escalation in Medio Oriente, con gli Stati Uniti e Israele che hanno aperto un nuovo fronte contro l’Iran – ha riacceso i riflettori su un tema che per anni era sembrato relegato ai dibattiti tecnici delle commissioni europee. A Bruxelles, durante l’ultimo Consiglio europeo, il premier spagnolo Pedro Sanchez ha portato un dossier che in molti, nei palazzi di Berlino e Roma, avrebbero forse preferito non vedere. Sanchez ha parlato, e lo ha fatto con il piglio di chi sa di avere dalla sua parte non solo la geopolitica ma anche i conti di casa: mentre il costo del gas naturale è praticamente raddoppiato rispetto a febbraio e il petrolio ha superato la soglia dei cento dollari al barile, la Spagna ha presentato un dato destinato a fare scuola.
Il paradosso dei cento euro contro i quattordici
Mentre in Italia e in Germania il prezzo dell’elettricità continua a viaggiare oltre i cento euro al megawattora – una soglia che schiaccia le imprese e rende nervose le famiglie – il governo spagnolo ha messo nero su bianco una realtà quasi paradossale per il resto d’Europa. Pedro Sanchez, arrivato al Consiglio europeo del 19 marzo con il vento in poppa di una transizione già avviata, ha dichiarato che il costo dell’energia nel suo paese si attesta intorno ai quattordici euro al megawattora. Un dato, questo, che non è frutto della fortuna o di una posizione geografica privilegiata, quanto piuttosto di una scelta politica precisa: quella di aver spinto con determinazione sulle energie rinnovabili, fino a coprire il 60 per cento del fabbisogno elettrico nazionale con fonti pulite.
La differenza, ha spiegato Sanchez ai colleghi capi di stato e di governo, sta proprio lì. Mentre l’Italia e la Germania restano ancora pesantemente esposte alle oscillazioni del gas – la cui impennata nelle ultime settimane ha annullato molti degli sforzi compiuti negli anni scorsi – Madrid ha costruito un sistema capace di assorbire meglio gli shock esterni. Il conflitto in Medio Oriente, che ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, ha quindi avuto un impatto asimmetrico sul continente: violento per chi ha basato la propria produzione sul termico, molto più lieve per chi, come la Spagna, ha già completato una parte sostanziale della transizione.
La strategia di un governo che ha investito sul futuro
Non è un caso che Sanchez abbia scelto il microfono del Consiglio europeo per rivendicare questa differenza. Al suo arrivo a Bruxelles, il primo ministro spagnolo ha voluto sottolineare come il suo esecutivo abbia saputo investire nel settore delle rinnovabili con una continuità che altrove, specialmente in Italia, è mancata. “Siamo all’avanguardia”, ha detto Sanchez, “grazie a un governo che ha saputo investire su questo settore”. Una frase che suona quasi come una dichiarazione di metodo: la riduzione della dipendenza dal gas non è stata solo una bandiera ideologica, ma una scelta industriale che oggi, di fronte alle tensioni internazionali, si traduce in una minore esposizione per i cittadini e per le imprese.
La crisi innescata dall’attacco a Israele e dalle successive ritorsioni contro l’Iran ha semplicemente amplificato un problema che in Europa era già latente. Il prezzo del gas, in balia delle tensioni geopolitiche, è praticamente raddoppiato rispetto ai valori di febbraio, mentre il petrolio ha superato la soglia psicologica dei cento dollari al barile. In questo contesto, la Spagna ha potuto presentarsi al tavolo europeo con un vantaggio competitivo costruito negli anni: quello di avere un mix energetico in cui il peso delle fonti fossili è diventato minoritario.
Il peso della geopolitica e la distanza tra i modelli nazionali
La guerra in Medio Oriente ha dimostrato, ancora una volta, quanto il vecchio continente sia fragile quando le rotte energetiche vengono minacciate. A differenza di quanto accade per gli Stati Uniti – dove la presidenza di Trump si muove in una logica di indipendenza energetica spesso in contrasto con le politiche ambientali europee – l’Unione si trova a dover gestire una transizione che procede a velocità diverse. Sanchez ha sottolineato che la Spagna può mostrare esempi positivi di come questa trasformazione stia già dando i suoi frutti. Le cifre parlano chiaro: mentre tedeschi e italiani pagano l’elettricità oltre i cento euro al megawattora, i cittadini spagnoli subiscono un impatto minore dai rincari del gas proprio perché quel gas, nel loro sistema, ha un peso ormai marginale.
Si tratta di un’inversione di tendenza che ribalta le gerarchie tradizionali. Storicamente, paesi come la Germania e l’Italia hanno guidato le politiche industriali europee, mentre la Spagna era considerata un’economia periferica. Oggi, invece, è Madrid a poter dare lezioni di resilienza economica, forte di un piano che non si è fermato di fronte alle difficoltà burocratiche o ai cambi di governo. L’attuale premier, al suo arrivo al Consiglio, ha potuto constatare come i colleghi osservassero con una certa attenzione il modello iberico, soprattutto alla luce dei recenti rincari che hanno messo in ginocchio le economie più dipendenti dal gas.
Un’occasione mancata per l’Italia e il peso delle scelte passate
L’Italia, in questo confronto europeo, esce con il conto più salato. Le cifre portate da Sanchez evidenziano un ritardo che non è solo contingente ma strutturale: mentre la Spagna ha raggiunto il 60 per cento di elettricità da fonti rinnovabili, il nostro paese ha faticato a mantenere una direzione chiara, oscillando tra incentivi mal gestiti e resistenze locali. Oggi, con il gas alle stelle, quel ritardo si traduce in bollette da oltre cento euro al megawattora, un costo insostenibile per il sistema produttivo. La crisi scatenata dagli attacchi in Medio Oriente ha semplicemente reso evidente una disparità che era già scritta nei numeri.
La frase di Sanchez, ripetuta più volte durante la sua presenza a Bruxelles, ha il sapore di un promemoria: l’energia pulita non è solo una questione climatica, ma una questione di sovranità economica. Mentre i leader europei discutevano delle risposte da dare alla crisi internazionale, il primo ministro spagnolo ha potuto vantare un’immunità relativa dagli shock dei prezzi. Una condizione, questa, che ha reso il suo paese un osservatore privilegiato in un consiglio altrimenti dominato dall’urgenza di trovare nuovi approvvigionamenti. Per l’Italia, assistere a questa dimostrazione di forza da parte di un vicino europeo significa dover prendere atto che le scelte energetiche compiute negli ultimi anni hanno conseguenze tangibili nel momento in cui il mondo brucia.




