Guerre potabili: l’acqua dissalata diventa il bersaglio nel Quinto conflitto del Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Ci vuole l’acqua per estrarre il petrolio, ci vuole l’oceano per trasportare l’oro nero ovunque, ma nel Golfo Arabico – dove il deserto lambisce le coste e la sete è una condizione geologica prima ancora che politica – ci vuole l’acqua dissalata del mare per restare vivi. Ed è qui, in questo cortocircuito tra sopravvivenza e risorsa energetica, che si consuma il fronte più insidioso del Quinto conflitto del Golfo. Non siamo più soltanto di fronte a una guerra di movimenti tra Stati Uniti, Israele e Iran, né ci troviamo davanti al consueto scacchiere fatto di petroliere nel Mar Arabico e di droni che sorvolano lo Stretto di Hormuz; il bersaglio, nelle ultime settimane, è diventato un altro: l’infrastruttura idrica, quella che nel deserto tiene in vita intere metropoli. I precedenti, del resto, sono lì a ricordare quanto il Golfo sia stato teatro di scontri ciclici: l’Iran-Iraq tra il 1980 e il 1988, la liberazione del Kuwait dopo l’invasione irachena nel 1991, l’invasione statunitense dell’Iraq dal 2003 al 2011, poi la guerra lampo di dodici giorni del 2026, quando Stati Uniti e Israele attaccarono i siti nucleari iraniani, e infine l’offensiva in corso contro Teheran. In questa nuova fase, però, i raid assumono un carattere diverso: colpiscono ciò che l’oro nero stesso ha reso possibile, cioè le gigantesche infrastrutture civili sorte attorno alla desalinizzazione.

L’acqua come infrastruttura strategica, vulnerabile e letale

Il concetto, per quanto brutale, è semplice: nel Medio Oriente pochi impianti sostengono popolazioni intere, e danneggiarli significa provocare una crisi umanitaria senza bisogno di conquistare un palmo di terra. Lunedì scorso, 2 marzo, i raid su Jebel Ali – il grande porto di Dubai – hanno colpito a una ventina di chilometri da un complesso che ospita 43 unità di desalinizzazione; da quelle strutture, da sole, escono circa 600 milioni di metri cubi d’acqua all’anno, una quantità che costituisce una parte essenziale dell’approvvigionamento della città. Non è stato un incidente, e nemmeno un danno collaterale: è stato un colpo mirato a un nodo nevralgico, a dimostrazione che l’“oro blu” non è più soltanto una risorsa naturale da proteggere, ma è ormai divenuto un’infrastruttura strategica da neutralizzare. Qualche giorno prima, in Kuwait, detriti provenienti da un drone intercettato erano finiti sulla centrale elettrica di Fujairah, l’impianto che alimenta gli stessi processi di desalinizzazione: anche lì, l’obiettivo indiretto era lo stesso, la catena che trasforma l’acqua salmastra in acqua potabile.

Raid, missili e la guerra che entra nella vita civile

Se fino a pochi mesi fa il conflitto si combatteva tra cieli sorvegliati e installazioni militari, ieri il salto di qualità è diventato evidente: un attacco missilistico – attribuito dalle fonti alle forze iraniane – ha centrato un impianto strategico di desalinizzazione e una centrale elettrica in Kuwait. Il bilancio, in questo caso, ha varcato la soglia della cronaca militare per entrare in quella civile: un lavoratore di nazionalità indiana ha perso la vita, mentre il ministero dell’Elettricità locale, in una dichiarazione ripresa da Al Jazeera, ha parlato di “significativi danni materiali” alle strutture di servizio del sito. Non è più soltanto una questione di interruzione delle forniture, insomma, ma di vite umane spezzate in impianti che fino a ieri venivano considerati fuori dal perimetro del conflitto. Mentre l’attenzione globale resta incollata al prezzo del Brent e alle rotte delle petroliere – un’attenzione comprensibile, visto che da quelle rotte dipende l’equilibrio energetico mondiale – gli apparati di sicurezza dei Paesi del Golfo hanno spostato il baricentro delle loro preoccupazioni: i generali e i ministri sanno ormai che l’acqua, nel deserto, è un’arma più efficace di qualsiasi drone.

Il fronte dell’acqua, nuova dimensione del conflitto

La rubrica “Caravanserai” di Pietrangelo Buttafuoco, che per Sky Insider ha da tempo raccontato il Medio Oriente come una carovana in cammino fatta di storie, visioni e materiali dell’immaginario, aveva già individuato questo nodo: l’acqua prodotta tramite desalinizzazione è diventata un terreno di conflitto geopolitico estremamente vulnerabile. Non si tratta più, come in passato, di proteggere pozzi petroliferi o terminali gassosi – sebbene anche quelli restino obiettivi primari – ma di difendere infrastrutture civili che per decenni sono state considerate neutrali. La guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha così ufficialmente varcato la soglia della sicurezza civile: colpire un impianto di desalinizzazione non significa solo interrompere l’erogazione di acqua potabile a centinaia di migliaia di persone, ma significa trasformare la sete in un’arma di pressione, costringendo gli avversari a distogliere risorse dalla difesa aerea per proteggere le tubature e i serbatoi. È un calcolo cinico, ma perfettamente razionale in un teatro di guerra dove il deserto fa da sfondo e dove l’acqua, letteralmente, vale più del petrolio.

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