Dal gas russo allo scudo americano, chi salverà l’Unione europea dalla crisi energetica?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il vecchio continente si trova oggi, come non mai, in un pericoloso crocevia energetico. Mentre il Medio Oriente brucia – un conflitto, quello divampato il 28 febbraio scorso, che il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) ha definito la “più grande minaccia alla sicurezza energetica della storia” – e le rotte commerciali si trasformano in campi di battaglia, l’Unione europea oscilla drammaticamente tra una crescente e quasi totale dipendenza dagli Stati Uniti e un paradossale, quanto imbarazzante, ritorno al gas russo. A tenere banco, naturalmente, sono i fragili negoziati in corso a Islamabad tra Washington e Teheran; un faccia a faccia, questo, dal quale dipende il destino dello Stretto di Hormuz, un passaggio vitale che convoglia un quarto del petrolio mondiale e un quinto del gas naturale liquefatto globale.

L’incubo del razionamento e l’allarme carburanti

In Italia, l’ipotesi di un lockdown energetico – che inizialmente poteva sembrare una suggestione – torna a circolare con preoccupante concretezza tra i palazzi del potere. Non si tratta, va detto, di una misura imminente e già calendarizzata, ma di uno scenario contemplato nei piani di emergenza governativi. Se le forniture di gas dovessero subire un’ulteriore riduzione, il governo sarebbe costretto a introdurre limitazioni severe: condizionatori alzati di un grado o spenti un’ora prima, il ritorno dello smart working “modello Covid” per svuotare gli uffici, e persino il taglio dell’illuminazione pubblica per monumenti e lampioni. A preoccupare non è solo il gas, ma anche i derivati del petrolio. Fatih Birol, il numero uno dell’Iea, ha lanciato un avvertimento preciso in un’intervista a *Der Spiegel*: il rischio di carenze di diesel e cherosene in Europa è reale e potrebbe manifestarsi nel giro di poche settimane, se la situazione non dovesse migliorare. “Molti depositi di carburante si sono svuotati”, ha spiegato Birol, aggiungendo che, senza una rapida ripresa della produzione globale, maggio potrebbe essere un mese critico per diversi Paesi europei.

Il paradosso russo e lo scudo americano

L’embargo al Gnl russo, sebbene già programmato da Bruxelles per il gennaio 2027, si sta rivelando un boomerang in piena regola. La guerra in Medio Oriente ha tagliato le forniture dal Qatar, costringendo l’Europa a fare marcia indietro sulla riduzione della dipendenza da Mosca. I dati parlano chiaro: nel primo trimestre del 2026, gli Stati membri hanno aumentato le importazioni dalla Siberia del 17%, spendendo circa 2,88 miliardi di euro per riempire i depositi. È un’ironia della storia che vede l’Europa finanziare il proprio avversario geopolitico per tenere accese le luci, mentre dall’altra parte dell’Atlantico arriva la vera ancora di salvezza. Oltre due terzi del Gnl importato nell’Ue dall’inizio dell’anno provengono dagli States, un livello di dipendenza transatlantico mai registrato prima. Gli Stati Uniti, spiega l’analisi dell’Eia (l’agenzia statistica del Dipartimento dell’Energia americano), stanno potenziando le infrastrutture a un ritmo serrato, con l’obiettivo di raggiungere una capacità di esportazione di quasi 800 milioni di metri cubi al giorno entro il 2030.

La partita decisiva di Islamabad

Tutti gli occhi, in questo momento, sono puntati sul Pakistan. Nella capitale Islamabad sono in corso preparativi frenetici per i colloqui diretti tra la delegazione americana – guidata dal vicepresidente J.D. Vance – e quella iraniana. Il presidente Trump si è detto “molto ottimista”, ma la strada verso un’intesa appare minata da condizioni opposte: Teheran rifiuta qualsiasi accordo che non includa un cessate il fuoco totale anche sul fronte libanese, dove Israele continua a colpire Hezbollah. La tregua è finora rimasta carta straccia, come dimostrano i raid israeliani sui quartieri residenziali di Beirut avvenuti poche ore dopo l’entrata in vigore della pausa, e l’avvertimento del generale israeliano Eyal Zamir – “Non siamo in cessate il fuoco, siamo in guerra” – non lascia presagire nulla di buono. Per l’Europa, il nodo è lo Stretto di Hormuz: finché le petroliere non potranno attraversarlo in sicurezza, i prezzi del gas resteranno alle stelle e il continente resterà in ostaggio, sospeso tra il gas siberiano e la protezione a caro prezzo degli Stati Uniti.

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