Jorit ritrae Francesca Albanese a Barra, un murale tra solidarietà e polemiche

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel dedalo di strade che compongono la periferia est di Napoli, precisamente nel quartiere Barrateatro, nelle ultime settimane, di diversi episodi legati alla criminalità comune – è comparso da ieri un nuovo volto, dipinto a grandezza naturale sul fianco di un palazzo residenziale. Si tratta dell’ultima fatica dello street artist partenopeo Jorit, il quale ha scelto di omaggiare Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione nei Territori Palestinesi Occupati. L’opera, che reca il titolo di una canzone di Enzo Avitabile («Tutt’ egual song’ ’e criature», ovvero «i bambini sono tutti uguali»), è stata realizzata con la tecnica iperrealista che da anni contraddistingue i lavori di Jorit; una tecnica che, nelle intenzioni dell’artista, mira a restituire dignità monumentale a figure spesso ai margini del dibattito pubblico, o comunque a personalità che, come l’irpina Albanese, hanno dedicato la propria carriera alla denuncia delle violazioni dei diritti umani.

Francesca Albanese, giurista di origine irpina, è nota per l’instancabile attività di documentazione e denuncia condotta all’interno del mandato Onu, attività che l’ha portata a descrivere quanto accade a Gaza e in Cisgiordania in termini particolarmente duri: ha parlato più volte di «strage di bambini» e di pratiche che, a suo avviso, configurerebbero violazioni sistematiche del diritto internazionale. Un impegno, il suo, che le è valso tanto l’ammirazione di molti sostenitori della causa palestinese – i quali vedono in lei una voce scomoda e necessaria – quanto sanzioni da parte degli Stati Uniti. Va ricordato, a tal proposito, che l’amministrazione guidata da Trump – il quale è nuovamente presidente degli Stati Uniti ormai da più di un anno – ha colpito con misure restrittive non solo la stessa Albanese, ma anche i giudici della Corte Penale Internazionale, segnando un inasprimento della linea americana nei confronti di chiunque tenti di portare avanti indagini o denunce su presunti crimini di guerra legati al conflitto in Medio Oriente.

L’abbraccio del quartiere e le reazioni sui social

Il murale, che sorge in un’area popolare e ad alta densità abitativa, ha suscitato fin da subito sentimenti contrastanti. Da un lato, diversi residenti e passanti hanno espresso apprezzamento per l’iniziativa, leggendola come un atto di attenzione verso una figura femminile coraggiosa – «una donna che non ha paura di denunciare», hanno commentato alcuni – e come un modo per riportare l’attenzione sui bambini vittime del conflitto. Dall’altro lato, però, le piattaforme social sono state invase da centinaia di reazioni negative; critiche che non hanno risparmiato né l’artista né la stessa Albanese. A essere contestata, in particolare, è la scelta di celebrare una personalità che, secondo i detrattori, sarebbe stata protagonista di diversi «scivoloni» – termine con cui si allude ad alcune affermazioni giudicate ambigue o eccessivamente unilaterali – nel corso della sua attività di relatrice.

Le polemiche, dunque, non riguardano tanto il valore estetico dell’opera – nessuno mette in discussione la perizia tecnica di Jorit – quanto piuttosto il suo significato politico e simbolico. In molti, sui social, hanno ironizzato definendo il murale «l’omaggio a Nostra Signora dei Pro Pal», mentre altri hanno scritto frasi come «ci mancava solo questo» per manifestare un fastidio di fondo verso quella che percepiscono come una strumentalizzazione dello spazio pubblico a fini ideologici. Va notato, in ogni caso, che nessuna delle polemiche finora emerse ha assunto i toni di una contestazione organizzata sul territorio; il dibattito, per il momento, resta confinato prevalentemente nell’universo digitale, anche se la notizia ha già iniziato a rimbalzare tra i media locali e nazionali.

Un’opera dedicata ai bambini in un quartiere segnato dalla cronaca

La scelta di Barra, peraltro, non è casuale: il quartiere, situato nella zona orientale di Napoli, è stato più volte al centro di servizi giornalistici dedicati all’emergenza sicurezza, con una serie di episodi criminali – alcuni dei quali finiti sulle cronache nazionali – che ne hanno offuscato l’immagine pubblica. Jorit, che in passato ha già realizzato murales dedicati ad altre figure del dissenso e della lotta per i diritti (come il volto di San Gennaro o quello di giovani vittime della camorra), sembra voler contrapporre a questa narrazione un simbolo di pace e di universalità: il titolo della canzone di Avitabile, che recita «i bambini sono tutti uguali», sottolinea infatti l’assenza di distinzioni etniche, religiose o nazionali quando si parla di innocenti colpiti dalla guerra.

Al di là del consenso o del dissenso che l’opera può generare, rimane il fatto che Francesca Albanese diventa così, per la prima volta, protagonista di un’opera d’arte urbana di tale portata in Italia. La sua immagine, riprodotta con i colori intensi e i tratti marcati tipici dello stile di Jorit, guarda dritto negli occhi chi passa; un espediente retorico, questo, che l’artista ha più volte utilizzato per creare un confronto diretto con lo spettatore. Resta da vedere se il murale subirà atti vandalici o se, al contrario, verrà presto protetto da una qualche forma di tutela – come già accaduto per altre opere di street art a Napoli – ma al momento, sul muro di Barra, il volto della relatrice Onu continua a vegliare silenzioso sulla via, tra sacchetti della spazzatura e motorini parcheggiati.

Il contesto giudiziario e le sanzioni americane

Per comprendere appieno la portata della scelta di Jorit, è utile ricordare che Francesca Albanese opera in un contesto internazionale sempre più ostile a chi critica apertamente Israele. Oltre alle sanzioni statunitensi – le stesse che hanno colpito i magistrati della Corte Penale Internazionale impegnati nelle inchieste sui crimini nei Territori – la relatrice ha subito pressioni diplomatiche da più parti, inclusi tentativi di delegittimazione pubblica da parte di alcune ambasciate. Nessuna di queste pressioni, tuttavia, ne ha finora fermato l’attività: i suoi rapporti alle Nazioni Unite continuano a essere depositati con regolarità, e le sue dichiarazioni pubbliche – pur tra fischi e applausi – continuano a far discutere l’opinione pubblica mondiale.

L’artista, dal canto suo, non ha rilasciato dichiarazioni aggiuntive rispetto al messaggio già impresso sul muro, né ha partecipato a dibattiti online per difendere la propria opera. Una scelta, questa, che lascia il murale a parlare da solo, in balìa delle interpretazioni di chi lo osserva. In fondo, e per concludere questa disamina dei fatti così come si presentano oggi, l’intera vicenda si riassume in un gesto artistico – controverso, amato e odiato – che ha portato un volto scomodo della diplomazia dei diritti umani a confrontarsi con la quotidianità di un quartiere difficile di Napoli.

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