Caso Regeni, tre condanne per sequestro e un assolto: cade l'accusa di omicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Prima Corte d'Assise di Roma ha emesso la prima sentenza sul caso di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Dopo una camera di consiglio durata oltre otto ore, i giudici hanno condannato a dieci anni di reclusione tre dei quattro imputati, tutti appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, riconoscendoli colpevoli di sequestro di persona. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto da tutte le accuse.

La corte ha invece fatto cadere l'accusa di omicidio che era contestata al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto dalla procura l'esecutore materiale del delitto.

Le posizioni dei quattro imputati

I condannati sono il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Tutti e tre sono stati riconosciuti colpevoli del sequestro avvenuto al Cairo il 25 gennaio 2016, quando Regeni fu prelevato nei pressi di piazza Tahrir e portato in una struttura nella disponibilità degli apparati di sicurezza. La procura aveva chiesto pene molto più severe: l'ergastolo per Sharif e diciassette anni e sei mesi per gli altri tre.

Il generale Tariq Sabir, invece, è stato assolto perché, secondo i giudici, non c'erano prove a sostegno della sua responsabilità nel sequestro. Il processo si è celebrato in contumacia, poiché gli imputati sono risultati irreperibili e le autorità egiziane hanno rifiutato di trasmettere i loro indirizzi alla magistratura italiana.

Le reazioni della famiglia e della procura

I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, presenti in aula insieme alla figlia Irene, hanno accolto la sentenza con la dignità che ha caratterizzato la loro battaglia decennale. «È evidente che bisognerà leggere le motivazioni, ma oggi sappiamo che la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta», hanno dichiarato tramite la loro legale, Alessandra Ballerini.

La quale ha aggiunto: «Da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri, da stasera tutti i regimi del mondo e i loro apparati, le loro divise, saranno costretti a ricordarsi che la dignità delle persone è inviolabile così come i loro corpi». Il procuratore capo di Roma, Francesco Lo Voi, ha parlato di un risultato raggiunto «nonostante una collaborazione non proficua da parte delle autorità egiziane», sottolineando che la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto.

Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha definito la sentenza «storica», perché conferma che quanto accaduto a Regeni è attribuibile agli apparati di sicurezza egiziani.

Il nodo politico e le richieste all'esecutivo

Sul piano politico, la sentenza ha immediatamente aperto un fronte di scontro. Le opposizioni hanno chiesto al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, un'informativa urgente in Parlamento per chiarire quali saranno i rapporti con l'Egitto dopo il verdetto. La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha affermato che «nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano» e che di questo «bisogna prendere atto e agire di conseguenza». Il senatore dem Filippo Sensi ha definito «pelose» le parole del ministro, mentre Italia Viva ha chiesto le sue dimissioni.

Tajani ha replicato che «non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone» e che si tratta di una sentenza di primo grado, aggiungendo che «la giustizia farà il suo corso». La legale della famiglia, Ballerini, ha invece sollecitato l'esecutivo a «rompere i rapporti con un Paese che tortura e uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici».

Risarcimenti e pene accessorie

La sentenza prevede anche pesanti conseguenze patrimoniali per i tre condannati. La corte ha disposto una provvisionale immediatamente esecutiva di 200.000 euro per ciascuno dei genitori di Giulio, 100.000 euro per la sorella Irene e 150.000 euro per la Presidenza del Consiglio dei ministri, costituitasi parte civile tramite l'Avvocatura dello Stato. I tre sono stati inoltre condannati al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali, da liquidare in un separato giudizio civile. Ai condannati è stata inflitta anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.

Un processo reso possibile dalla Consulta

Per arrivare a questo verdetto è stato necessario superare ostacoli processuali che per anni hanno rischiato di bloccare tutto. Gli imputati non sono mai comparsi in aula e le autorità egiziane non hanno mai fornito la collaborazione necessaria per notificare loro gli atti. La svolta è arrivata nel 2023, quando la Corte Costituzionale ha stabilito che il processo poteva celebrarsi in assenza degli imputati, riconoscendo che il rifiuto di collaborare del Cairo creava una sorta di protezione lesiva della dignità umana.

Il dibattimento è poi proseguito tra nuove eccezioni delle difese e udienze caratterizzate da difficoltà nel reperire consulenti di lingua araba disposti a partecipare. La sentenza di primo grado, per effetto della riforma Cartabia, è immediatamente esecutiva e non appellabile dagli imputati contumaci, salvo il caso in cui uno di loro venga arrestato o si presenti volontariamente.

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