Caso Shalabayeva, confermate in appello bis le condanne per i cinque poliziotti
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Redazione Interno
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La Corte d'Appello di Firenze, chiamata a giudicare per la seconda volta il ricorso presentato dagli imputati, ha confermato integralmente le condanne emesse in primo grado nei confronti dei cinque funzionari di polizia coinvolti nell'operazione che portò all'espulsione di Alma Shalabayeva e di sua figlia, allora minorenne. I giudici, le cui motivazioni saranno rese pubbliche entro novanta giorni, hanno dunque respinto le istanze di assoluzione avanzate dalla difesa, allineandosi peraltro a un orientamento già manifestato dalla procura generale, la quale aveva a sua volta sollecitato un esito liberatorio per gli accusati. La sentenza, che giunge a distanza di oltre un decennio dai fatti, rappresenta l'ultimo atto di un iter giudiziario particolarmente articolato, segnato da un precedente annullamento da parte della Corte di Cassazione.
Il percorso giudiziario e il ribaltamento delle assoluzioni
La vicenda, che ha tenuto banco per anni, aveva conosciuto una svolta nell'ottobre del 2023, quando i giudici di legittimità della Cassazione decisero di annullare con rinvio le sentenze di assoluzione che erano state pronunciate in un precedente grado di giudizio. Quel provvedimento della suprema corte, che aveva di fatto riaperto il caso ordinando un nuovo esame dei fatti, ha costituito il presupposto inevitabile per il cosiddetto "appello bis" celebrato a Firenze. I magistrati fiorentini, nel riesaminare la complessa matassa processuale, hanno finito per confermare le originarie condanne per il reato di sequestro di persona, ritenendo così piena conferma di quanto già stabilito in primo grado.
La dinamica dell'espulsione e il contesto politico
Tutto ebbe inizio nella notte tra il 28 e il 29 maggio del 2013, quando la donna, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, fu prelevata e condotta presso un ufficio immigrazione per le formalità di identificazione, dopo che le era stato contestato il possesso di un documento di identità giudicato non autentico. L'azione di polizia, che si concluse con un repentino rimpatrio della Shalabayeva e della figlia di sei anni, destò da subito forti perplessità, poiché l'allontanamento coatto dal territorio nazionale, sebbene formalmente avvenuto ai sensi della normativa sull'immigrazione, avvenne senza una valutazione adeguata dei rischi che la donna e la minore avrebbero potuto correre nel loro paese d'origine, dove il coniuge era perseguitato per le sue attività di opposizione politica.
Le reazioni e gli strascichi processuali
Alma Shalabayeva, presente in aula per la lettura del dispositivo, ha commentato la decisione dei giudici definendo la sentenza "giusta", aggiungendo di aver vissuto un'esperienza incredibile. Oltre alla pena detentiva, che varia tra i quattro e i cinque anni di reclusione, la corte ha inoltre imposto ai condannati, alcuni dei quali all'epoca ricoprivano il ruolo di capi della squadra mobile e dell'ufficio immigrazione, l'onere di corrispondere le spese processuali e di risarcire le parti civili. La lunghezza del procedimento, unita alla complessità delle indagini che hanno dovuto ricostruire le responsabilità individuali in un'operazione tanto delicata, rende conto della difficoltà di accertare la verità in casi che coinvolgono procedure amministrative e diritti fondamentali.




