Saviano e la sentenza d’appello: «Mi hanno rubato la vita». Confermate le condanne per il boss Bidognetti
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Redazione Interno
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Roberto Saviano, che ieri pomeriggio ha ascoltato in silenzio la lettura della sentenza nella Corte d’Appello di Roma, non tratteneva le lacrime da quel 13 agosto di due anni fa, quando nella Chiesa degli Artisti a piazza del Popolo aveva salutato per l’ultima volta l’amica Michela Murgia. «È vero, è così», ha ammesso lo scrittore, mentre usciva dall’aula protetto dalla scorta, dopo che i giudici della Prima Sezione avevano confermato le condanne per il boss dei Casalesi Francesco Bidognetti, noto come “Cicciotto ‘e mezzanotte”, e per l’avvocato Michele Santonastaso.
Le minacce, rivolte nel 2008 durante il processo Spartacus a Napoli, erano state pronunciate in aula contro Saviano e la giornalista Rosaria Capacchione, all’epoca cronista de «Il Mattino». Un atto intimidatorio aggravato dal metodo mafioso, come stabilito già in primo grado nel maggio 2021, quando Bidognetti era stato condannato a un anno e sei mesi di carcere e Santonastaso a un anno e due mesi. Ieri, dopo sedici anni, la giustizia ha ribadito la propria posizione, chiudendo un capitolo che per Saviano ha rappresentato non solo anni di vita sotto scorta, ma anche un’ossessione quotidiana.
«Mi hanno rubato la vita, mi hanno maciullato», ripeteva lo scrittore abbracciato al suo legale, Antonio Nobile, mentre attorno a lui un gruppo di sostenitori, arrivati da diverse città italiane, applaudiva la decisione. Bidognetti, già detenuto in regime di carcere duro dal 1993, non ha mai nascosto il suo ruolo all’interno del clan, e quella frase pronunciata sedici anni fa – una minaccia esplicita, seppur velata dal gergo processuale – era stata un tentativo di piegare chi, come Saviano e Capacchione, aveva scelto di denunciare la camorra




