Minacce a Saviano, la Cassazione chiude dopo 18 anni: condanne definitive per Bidognetti e l’avvocato Santonastaso
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Redazione Interno
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La giustizia ha posto la sua parola finale su una vicenda, quella delle minacce di matrice mafiosa rivolte a due giornalisti, che si trascinava da quasi due decenni, attraversando tre gradi di giudizio e restituendo il senso di una lentezza, a volte inesorabile, che non ha però intaccato la sostanza delle accuse. È arrivata ieri, dalla Corte di Cassazione, la sentenza che rende irrevocabili le condanne nei confronti di Francesco Bidognetti, storico capoclan dei Casalesi, e del suo legale di fiducia, l’avvocato Michele Santonastaso, entrambi ritenuti responsabili delle intimidazioni consumatesi nel 2008 ai danni dello scrittore Roberto Saviano e della collega Rosaria Capacchione. Gli ermellini, nel respingere i ricorsi presentati dalle difese, hanno di fatto cristallizzato un principio fondamentale: quelle frasi, pronunciate in un’aula di tribunale durante il maxi-processo “Spartacus”, non furono semplici espressioni di una dialettica processuale accesa, ma costituirono a tutti gli effetti una minaccia con aggravante mafiosa.
Il verdetto della Cassazione e le pene definitive
La pronuncia della suprema corte, arrivata dopo diciotto anni esatti dai fatti contestati, ha messo fine a un lungo iter giudiziario che aveva già visto confermare le responsabilità nei gradi precedenti. Per Francesco Bidognetti, figura di spicco dell’organizzazione camorristica operante nel Casertano, la pena di un anno e sei mesi di reclusione è divenuta quindi definitiva. Stessa sorte per la condanna inflitta al professionista, Michele Santonastaso, che dovrà scontare un anno e due mesi. I giudici, nel rigettare le tesi difensive che tentavano di ridimensionare la portata delle espressioni utilizzate, hanno sottolineato come quelle parole – sganciate dal contesto di una normale assistenza tecnica – si inserissero in un preciso disegno intimidatorio, volto a colpire non solo la persona dei due intellettuali ma anche la loro funzione di testimoni e denunciatori dei meccanismi criminali.
La genesi delle minacce nel processo Spartacus
Per comprendere la portata della decisione di legittimità, occorre tornare indietro al 2008, quando nell’aula bunker di Napoli si celebrava il processo d’appello “Spartacus”. Fu in quella sede, carica di tensioni e sotto la costante scorta degli imputati, che avvenne il fatto poi finito al vaglio dei giudici. Le minacce, rivolte a Saviano e Capacchione – quest’ultima, all’epoca, direttrice del giornale “Il Mattino” di Napoli e già bersaglio di pressioni per le sue inchieste –, vennero contestate come manifestazione della forza di intimidazione del clan dei Casalesi. Bidognetti, che in quegli anni esercitava un potere assoluto sul territorio, e il suo avvocato, Michele Santonastaso, avrebbero agito in sinergia, facendo leva sulla capacità di condizionamento del sodalizio criminoso. La Cassazione, con il rigetto dei ricorsi, ha definitivamente sancito l’esistenza di questa matrice mafiosa, chiudendo di fatto una ferita giudiziaria apertasi quasi vent’anni fa.
La reazione dello scrittore e il senso di una sentenza attesa
A distanza di diciotto anni, la conclusione del procedimento assume per Saviano, che da tempo vive sotto scorta proprio in ragione di quelle denunce, il valore di un riconoscimento storico più che di una rivalsa personale. Lo scrittore, autore di “Gomorra”, ha affidato a un breve intervento sui social il peso di un’attesa che ha attraversato la sua intera carriera professionale, parlando di “attacchi vili” subiti nel corso degli anni e sottolineando come l’accanimento persecutorio fosse parte integrante di una strategia più ampia di condizionamento del territorio. La pronuncia della Cassazione, in questo senso, non si limita a determinare la sorte giudiziaria dei due imputati, ma certifica con autorità la natura criminale di quei comportamenti, restituendo alla cronaca giudiziaria un pezzo di storia recente che aveva messo a dura prova il confine tra diritto di difesa e minaccia.
Le implicazioni di una sentenza dopo quasi vent’anni
Il tempo, in questa vicenda, ha giocato un ruolo ambiguo: se da un lato ha dilatato i tempi del giudizio fino a renderli quasi biblici, dall’altro ha permesso agli inquirenti e ai giudici di valutare con distacco i fatti, incasellandoli con precisione nell’alveo dei delitti aggravati dal metodo mafioso. La conferma delle condanne in Cassazione chiude il cerchio su un caso che aveva scosso profondamente il mondo dell’informazione e della lotta alla criminalità organizzata. Per Francesco Bidognetti, già detenuto per altri gravi reati, e per il suo legale, la sentenza rappresenta il capitolo finale di un procedimento nato in un’aula gremita di imputati e finito, dopo diciotto anni, davanti alla più alta corte di garanzia, che non ha lasciato spazio a ulteriori dubbi interpretativi. Resta, nel verdetto, la certezza che la parola “mafiosa” non sia stata utilizzata a sproposito, ma abbia trovato nella condotta degli imputati la sua piena e drammatica conferma.




