Sensori glicemici negati a migliaia di sardi, l’accusa della Fand: «La Regione è ferma al 2016»

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La denuncia, netta e circostanziata, arriva direttamente dall’Associazione Italiana Diabetici, e il bersaglio è l’amministrazione regionale sarda. A sollevare il caso, con i dati alla mano, è Stefano Garau, vicepresidente nazionale del Fand nonché sardo, il quale punta il dito contro quella che definisce una colpevole arretratezza legislativa: nell’Isola, per l’accesso ai sensori per il monitoraggio continuo della glicemia, si applicano ancora criteri stabiliti nel 2016. Una situazione, questa, che di fatto esclude migliaia di pazienti da una tecnologia che nel resto d’Italia, e in larga parte dei paesi sviluppati, rappresenta ormai uno standard terapeutico irrinunciabile, e lo fa in una regione che, con i suoi circa centoventimila diabetici, detiene uno dei tassi di incidenza più elevati del paese.

Il cuore del problema, come spiega Garau, risiede nella discrepanza tra le vecchie disposizioni regionali e le più recenti indicazioni della scienza medica. Oggi, nell’isola, l’uso del sensore – quel piccolo dispositivo che si applica sul braccio e rileva i livelli di zucchero nel sangue senza bisogno di continue punture sul polpastrello – è garantito pressappoco a sedicimila pazienti, ma quasi esclusivamente a quelli che devono effettuare almeno tre iniezioni giornaliere di insulina. Questa limitazione, secondo l’associazione, non tiene conto delle nuove linee guida pubblicate nell’ottobre del 2025 dall’Istituto Superiore di Sanità, le quali raccomandano invece i sistemi di monitoraggio continuo (Cgm) per tutti i pazienti in terapia insulinica, compresi quelli che fanno uso della sola insulina basale, una categoria oggi ampiamente trascurata dalle maglie strette dei protocolli regionali.

Si tratta, ed è questo uno degli aspetti più spinosi sollevati dalla Fand, di pazienti particolarmente fragili, il cui controllo metabolico, se inadeguato, può portare a complicanze anche gravi, con un conseguente aumento degli accessi al pronto soccorso e dei ricoveri ospedalieri. Il paradosso, sottolinea Garau, è che in una terra ad altissima prevalenza di diabete si continui a ignorare l'evidenza clinica accumulata in questi anni: numerosi studi, come uno presentato di recente al congresso internazionale Advanced Technologies & Treatments for Diabetes, hanno dimostrato che l'utilizzo del sensore nei diabetici di tipo 2 in terapia con insulina basale è in grado di ridurre la glicemia in maniera significativa, ottenendo un risultato paragonabile all'aggiunta di un nuovo farmaco ma con il solo impiego della tecnologia.

A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere la denuncia del Fand ancor più pregnante, si aggiungono le questioni relative alle risorse finanziarie. La legge di stabilità regionale pubblicata nel gennaio del 2026 ha stanziato dieci milioni di euro per l'acquisto di sistemi integrati per il diabete, una cifra che, secondo i calcoli dell'associazione, non solo è inferiore ai dodici milioni e mezzo del bando di gara attualmente in vigore (la cui scadenza è fissata per novembre del medesimo anno), ma rischia di non essere sufficiente neppure a garantire l'attuale, e già limitato, livello di assistenza. «Con questi fondi – ha dichiarato il vicepresidente – non si riesce nemmeno a coprire lo status quo, figuriamoci a pensare di allargare la platea dei beneficiari come invece le linee guida nazionali imporrebbero».

Mentre la Sardegna arranca, altre realtà, come la Puglia, mostrano come l'innovazione tecnologica e organizzativa possa andare di pari passo con l'efficienza. L'ASL di Foggia, attraverso il suo Dipartimento Gestione del Farmaco, ha recentemente attivato un servizio di consegna a domicilio dei sensori glicemici di ultima generazione, nell'ambito di un più ampio progetto dedicato alle prestazioni farmaceutiche di prossimità. L'iniziativa, che non comporta costi aggiuntivi per l'azienda sanitaria grazie a una partnership con l'azienda produttrice, si inserisce nel solco delle attività avviate già nel 2022 con la creazione dell'Hub Farmaceutico aziendale. L'obiettivo dichiarato è duplice: ridurre i disagi per i pazienti cronici, evitando loro spostamenti e lunghe attese, e al contempo monitorare costantemente i consumi per un migliore governo della spesa. Un modello, questo, che Garau e il Fand vedono come un termine di paragone, pur nella consapevolezza che il problema principale, in Sardegna, rimane a monte: l'aggiornamento di una normativa ormai datata e non più al passo con i tempi e con le necessità cliniche della popolazione.

Il nodo delle risorse e il paragone con la Puglia

L'analisi della situazione, del resto, non può prescindere da un confronto con quanto accade altrove. La vicenda pugliese, con la consegna diretta a casa dei pazienti di sensori ad alta tecnologia da parte dell'ASL Foggia, rappresenta un esempio virtuoso di come si possa potenziare l'assistenza territoriale. Il servizio, destinato a tutti i pazienti con piano terapeutico autorizzato, garantisce una fornitura trimestrale direttamente al domicilio, semplificando in maniera sostanziale la vita di chi convive con una patologia cronica. Un'organizzazione, quella foggiana, che punta sulla logistica e sulla prossimità per prendere in carico il paziente in modo completo, e che rende ancora più stridente il contrasto con l'immobilismo legislativo della Regione Sardegna.

Le disuguaglianze territoriali nell'accesso alle cure

Il caso sardo, peraltro, non è che un tassello, seppur significativo, di un mosaico nazionale fatto di profonde sperequazioni. Il tema delle disuguaglianze nell'accesso ai device e ai farmaci innovativi per il diabete è da tempo al centro del dibattito tra clinici e associazioni dei pazienti. Manuela Bertaggia, presidente nazionale del Fand, aveva già evidenziato in passato come le principali differenze nella possibilità di usufruire di strumenti come i microinfusori – i quali permettono un controllo più raffinato della glicemia e riducono il rischio di ipoglicemie – derivino proprio dalle difformità tra le legislazioni regionali. Una disparità che non riguarda solo la Sardegna, ma che qui, visti i numeri e l'incidenza della malattia, assume contorni particolarmente preoccupanti, trasformando di fatto il diritto alla salute in un privilegio legato al proprio codice di avviamento postale.

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