La guerra che si ferma sullo Stretto di Hormuz, i cinque giorni di tregua e il nodo dei negoziati negati da Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La deadline era fissata per la mezzanotte, ora di Washington, e il mondo intero – non solo i mercati energetici, ma anche le cancellerie europee, colte impreparate dall’offensiva a tappeto – tratteneva il fiato davanti all’ultimatum lanciato da Donald Trump: riapertura dello Stretto di Hormuz entro 48 ore, oppure si sarebbero scatenati raid sistematici contro gli impianti energetici iraniani. Invece, a scadenza imminente, la Casa Bianca ha invertito la rotta, annunciando una sospensione di cinque giorni delle operazioni pianificate. Una pausa, a detta dell’amministrazione, dettata dall’avvio di “conversazioni molto produttive” con Teheran, sebbene il regime degli ayatollah abbia prontamente smentito ogni contatto diretto, bollandolo come un tentativo di manipolazione dei mercati finanziari e petroliferi.

A fornire la struttura logistica per un possibile faccia a faccia, che secondo indiscrezioni provenienti da più fonti potrebbe concretizzarsi già nell’arco di questa settimana, sarebbe Islamabad. Il Pakistan, insieme a Turchia ed Egitto, sta giocando una partita di mediazione ad alta tensione, cercando di ricucire lo strappo diplomatico dopo settimane di conflitto aereo e missilistico che hanno ridotto le capacità difensive e la flotta navale iraniana. Secondo quanto riportato da Axios e confermato da funzionari pakistani, il tavolo di Islamabad vedrebbe probabilmente seduti, dalla parte americana, gli uomini chiave per il dossier mediorientale: Steve Witkoff, inviato speciale del presidente, e Jared Kushner, genero di Trump e già protagonista delle passate trattative sul nucleare. Il vicepresidente J.D. Vance, figura considerata all’interno dell’amministrazione come la più scettica rispetto a una prosecuzione del conflitto, potrebbe accompagnarli, rappresentando l’ala politica che spinge per un’uscita negoziata. Dalla parte iraniana, il nome che circola con insistenza è quello di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento di Teheran e figura emergente in un sistema di potere che, dopo la decimazione della linea di successione a seguito dei raid, appare sempre più frammentato e sotto pressione.

L’inganno della diplomazia e il braccio di ferro sull’atomo

La narrazione ufficiale dei fatti resta però profondamente divisa. Da una sponda, Trump ha dichiarato pubblicamente di aver ottenuto l’impegno verbale da parte dei rappresentanti iraniani a non procedere mai verso l’arma nucleare, definendo gli incontri come “molto forti” e suggerendo che gli accordi coprano ormai “quasi tutti i punti”. La strategia comunicativa del tycoon, in questo frangente, sembra intrecciare la minaccia militare (con la promessa di un “annientamento” della base industriale della difesa, già pesantemente colpita) con l’apertura a un cessate il fuoco che potrebbe portare a una intesa definitiva entro il 9 aprile, data evocata da fonti israeliane come possibile traguardo per porre fine alle ostilità.

Dall’altra parte dello Stretto, tuttavia, il muro di gomma di Teheran è rimasto solido. Ghalibaf, smentendo le ricostruzioni occidentali, ha definito le notizie sui negoziati “notizie false”, accusando Washington di cercare una via di fuga dalla “palude” in cui Israele e Stati Uniti sarebbero caduti. Le agenzie iraniane hanno ripreso la linea del governo, secondo cui le parole di Trump sarebbero finalizzate esclusivamente a calmieri i prezzi del greggio e a guadagnare tempo per completare i preparativi militari, mentre il ministero degli Esteri ha ribadito che non c’è stato alcun contatto nelle ultime quattro settimane di guerra. Questa dissonanza, più che un dettaglio di routine, rappresenta il cuore della crisi: mentre Washington paventa un accordo imminente, i mediatori (in primis il capo dell’esercito pakistano Asim Munir, che ha parlato direttamente con Trump) devono fare i conti con una diffidenza tale, da parte iraniana, da far saltare il tavolo se i nomi dei negoziatori americani rimanessero quelli già bruciati in passato.

Hormuz, l’arma asimmetrica che tiene in scacco il mondo

Al centro di questo stallo diplomatico, ma anche della sua possibile soluzione, c’è il destino dello Stretto di Hormuz. L’acqua, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale e oltre un terzo del gas naturale liquefatto, è stata trasformata da Teheran in un’arma di dissuasione totale: dopo l’inizio dei raid congiunti con Israele, il blocco è stato imposto con il pretesto di impedire il passaggio a navi “nemiche”, e il risultato è stato un’impennata vertiginosa dei prezzi energetici e l’innesco di una crisi economica globale che ha spinto persino l’amministrazione Trump a cercare una via d’uscita. La pausa di cinque giorni concessa da Trump alla minaccia di “obliterare” le centrali elettriche iraniane è stata giustificata proprio dalla prospettiva di un ripristino parziale del flusso di petrolio, se non addirittura, secondo le parole del presidente, da una gestione “congiunta” del canale insieme all’Ayatollah.

Sul terreno, però, la guerra non si è fermata nemmeno durante le trattative annunciate. Mentre si discuteva di Islamabad, l’Idf ha confermato nuovi raid contro obiettivi strategici, tra cui il comando centrale dei pasdaran, e le esplosioni hanno continuato a scuotere il Bahrein, segno che la tensione rimane alta nonostante il congelamento temporaneo degli attacchi alle infrastrutture energetiche ordito da Trump. L’Unione Europea, rappresentata dal presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa, ha espresso una critica aspra nei confronti dell’approccio statunitense, denunciando che “gli Stati Uniti hanno scatenato una guerra nel nostro vicinato senza fornire alcuna informazione preventiva ai propri alleati europei né alla Nato”, un malcontento che fa da sfondo ai tentativi autonomi di Parigi di organizzare coalizioni alternative per scortare le petroliere in un’area divenuta off-limits.

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