L’ombra nera del parco degli Acquedotti: l’ultimo ordigno, la cellula e la strategia che viene dal casale
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Redazione Interno
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Non è stato un tragico incidente domestico né l’effetto collaterale di un “sabotaggio spot”, il genere di azione fine a se stessa che per anni ha contraddistinto la galassia antagonista. La deflagrazione che, intorno alla metà di marzo, ha polverizzato un casolare abbandonato nel parco degli Acquedotti a Roma – uccidendo sul colpo Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano – ha rivelato, agli inquirenti, un salto di qualità nell’arsenale e nelle intenzioni del terrorismo anarchico. I due militanti, legati da una relazione sentimentale oltre che dalla militanza, non stavano semplicemente confezionando un ordigno “dimostrativo”. Secondo i rilievi della scientifica e le analisi della procura, l’esplosivo – una miscela instabile a base di nitrato di ammonio, probabilmente innestata in una pentola a pressione per massimizzare l’effetto letale – era destinato a un obiettivo preciso nelle immediate vicinanze, data l’estrema volatilità del composto che ne sconsigliava il trasporto su lunghe distanze.
L’obiettivo nel mirino: il polo della polizia e la scadenza del 41 bis
L’ipotesi investigativa, suffragata dalla geografia dei luoghi, punta il dito contro un bersaglio istituzionale di alto profilo situato a pochi metri dal rudere di via delle Capannelle: il polo Tuscolano della polizia di Stato, centro nevralgico per l’antiterrorismo e la sicurezza. Si trattava, in sostanza, di un attacco pianificato per colpire il cuore operativo delle forze dell’ordine, un’azione che avrebbe potuto rappresentare un prima e un dopo nella strategia eversiva, ben diversa dalle sterrate ferrovie o dai danneggiamenti ai bancomat che avevano caratterizzato le proteste degli anni precedenti. La morte dei due “artiglieri” della Fai (Federazione Anarchica Informale) ha però innescato un meccanismo che gli strateghi della sicurezza temevano da settimane: l’esplosione di una cassa di risonanza mediatica che, lungi dallo scoraggiare il fronte insurrezionalista, ne ha accelerato la riorganizzazione.
È in questo scenario che si inserisce il vertice informale, ma operativo, programmato per metà aprile nella zona navigli di Milano. L’assemblea – ufficialmente convocata per discutere della sorte di Alfredo Cospito, la cui detenzione nel regime differenziato (il 41 bis) è in scadenza nei primi giorni di maggio – rappresenta il momento di coagulo di una strategia ben più ampia. Il carcere duro per il leader anarchico, detenuto a Sassari, non è mai stato accettato passivamente dai suoi sodali, ma la vera novità, quella che fa scattare i massimi livelli di allerta, è l’intitolazione di una nuova sigla eversiva ai due "martiri" del casale.
Il filo rosso con Atene e il “nucleo” intitolato ai caduti
Sul sito "La Nemesis" e nei circuiti della galassia estrema è già apparsa la firma di un gruppo inedito, denominato “Nucleo Alessandro Mercogliano/Sara Ardizzone”. Non si tratta di un omaggio retorico. Questa cellula ha già rivendicato, in un’ottica di continuità internazionale, un attacco incendiario ai danni del preside del politecnico di Atene e di un agente della polizia antisommossa greca. Un collegamento, quello italo-ellenico, che non è una novità per gli investigatori della Digos, i quali da anni monitorano il triangolo della violenza composto da Italia, Grecia e Spagna, dove la Federazione Anarchica Informale e la Cospiracy of Fire hanno spesso agito come una rete priva di vertici, rigenerandosi per affinità ideologica dopo ogni decapitazione.
La memoria di Sara e Alessandro – lei che in un’aula di tribunale si era autodefinita “nemica di ogni forma di Stato”, lui già condannato e poi assolto in appello nel maxi-processo torinese “Scripta Manent” insieme allo stesso Cospito – diventa quindi la miccia per un nuovo ciclo di violenza. I compagni, nelle lettere di rivendicazione comparse dopo il sinistro, hanno già riscritto la narrazione dei fatti: non una tragica fatalità dovuta alla maniprazione di esplosivo artigianale, ma un “atto di guerra” compiuto da “rivoluzionari fino all’ultimo istante”.
L’allarme intelligence: dalla propaganda alla “azione diretta”
Mentre gli strateghi della sicurezza analizzano i tabulati telefonici e i reperti recuperati tra le macerie – alla ricerca di eventuali fiancheggiatori che potrebbero aver accompagnato i due terroristi sul posto o fornito loro i materiali – il clima nelle piazze si scalda. Il livello di attenzione è massimo perché, diversamente dalle proteste passate incentrate esclusivamente sulla figura di Cospito, il nuovo movimento si alimenta di un humus “antimperialista” che giustifica l’uso della violenza come unico linguaggio possibile. Dalla Capitale alla Lombardia, i richiami alla “vendetta” per i compagni caduti si moltiplicano, con scritte e manifestazioni che anticipano un possibile 18 aprile di tensione, data in cui è già stato convocato un corteo nazionale.
Quel che emerge dalle indagini è il disegno di una galassia che, da anni relegata ai margini della cronaca per azioni ritenute di bassa intensità, sembra aver ritrovato una coesione inedita. I “sabotaggi” e le “interruzioni di pubblico servizio” appartengono a una fase precedente: la posta in gioco, oggi, è il passaggio a un’azione coordinata, condivisa attraverso canali criptati e cementata dal sangue dei due attentatori del parco degli Acquedotti. La vera partita, per gli apparati di sicurezza, si gioca nella capacità di decifrare i movimenti di queste cellule fantasma prima che il “nucleo” appena nato possa trasformare la retorica dei manifesti in un’altra esplosione.




