Mancini e il richiamo della Samp: «Potrei tornare per il sogno di Vialli»
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Redazione Sport
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PARMA – Un abito blu e una cravatta azzurra, quasi a voler tenere insieme i due capitoli più importanti della sua carriera, hanno fatto da cornice ieri sera all’intervento di Roberto Mancini sul palco del Teatro Regio. Il tecnico, chiamato a ritirare il premio “Legendary Coach” durante il Festival della Serie A, ha però spiazzato molti presenti parlando del passato, eppure con uno sguardo carico di futuro (anche se legato a un passato lontano).
Tra gli applausi e le dinamiche – ancora tutte da definire – che riguardano la panchina della Nazionale, l’attenzione è finita immediatamente sulla sua confessione più intima: quella che lega il "Mancio" per sempre alla Sampdoria. Un legame, quello con i blucerchiati, che non si è mai spezzato nonostante gli anni e le esperienze maturate in giro per il mondo, dall’Inghilterra all’Arabia Saudita.
«L’idea di tornare a Genova c’è»
A distanza di oltre trentacinque anni da quel famoso gol di testa che valse lo Scudetto, il richiamo di Genova sembra farsi nuovamente sentire nelle parole di Roberto Mancini. Lui che con Gianluca Vialli formava la coppia più celebre della storia doriana, ha ammesso senza troppi giri di parole di aver preso in considerazione un ritorno. «Potrei tornare alla Sampdoria – ha detto – per realizzare il sogno che aveva Gianluca».
Non specifica però con quale ruolo, lasciando volutamente un velo di mistero su un’operazione che appare più affettiva che puramente professionale, anche se il legame con l’ambiente rimane talmente solido da alimentare un "leit motiv" ciclico. Sembra quasi di rivedere Vujadin Boskov, l’indimenticato allenatore jugoslavo che raccontava di andare a letto con il pigiama blucerchiato, un modo fantasioso per descrivere una dedizione totale a quei colori, una dedizione che evidentemente il numero 10 di quel grande gruppo non ha mai perso.
L’Europeo da record e l’addio sbagliato all’Arabia
La serata, organizzata a Parma, è stata anche l’occasione per fare un bilancio di quelle che Mancini stesso definisce le sue più grandi imprese in maglia azzurra. La vittoria di Euro 2020, ricorda, non è stato un semplice trionfo. «L’Europeo lo metto sopra a tutte le altre vittorie – ha spiegato – per quattro anni non abbiamo mai perso».
Un record effettivamente mondiale, se si considera il lungo digiuno precedente della Nazionale: trenta vittorie e sette pareggi, un ruolino che – come ama sottolineare lui stesso – nessuno era riuscito a stampare nel passato, nemmeno quelle formazioni brasiliane o argentine che passavano alla storia come invincibili. E poi c’è l’ombra dell’avventura araba, un capitolo che sembra aver lasciato l’amaro in bocca al tecnico.
«Non ho trovato l’esperienza che mi immaginavo», ha confessato, rompendo un silenzio che durava ormai da mesi dopo l’esonero e ammettendo implicitamente che quel trasferimento, forse dettato da motivazioni economiche, non ha ripagato le aspettative tecniche e professionali.
Quell’abbraccio finale, tra il sogno di Wembley e la perdita di un fratello
L’emozione, a tratti, prende il sopravvento quando l’ex ct parla di Gianluca Vialli, scomparso il 5 gennaio del 2023. Nella sua ricostruzione, i momenti più belli coincidono con quelli più duri: il famoso abbraccio a Wembley dopo la conquista dell’Europeo non fu solo la celebrazione di un successo, ma il suggello di un’intera vita passata insieme. «Quando perdi un amico così, perdi un punto di riferimento – ha detto, con la voce tesa – è come aver perso un fratello».
Un dolore, quello per la perdita del "gemello del gol", che si mescola al rimpianto per non aver condiviso questa seconda parte di carriera con lui. Se Boskov fece credere a Vialli e Mancini di poter diventare come il Real Madrid, oggi Mancini sogna di tornare a Genova proprio per portare a termine quel progetto che avevano abbozzato insieme prima della scomparsa di Luca, un’eredità morale forse più pesante di qualsiasi contratto milionario.




