La linea del Donbass cede sotto la pressione russa, mentre l'Ucraina guarda all'Occidente
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Redazione Esteri
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Soldati allo stremo, una carenza di mezzi corazzati e una difesa aerea insufficiente stanno minando la resistenza ucraina nel Donbass, dove il fronte, dopo mesi di logoramento, mostra segni di cedimento strutturale. Le cronache, che giungono con fatica dalle zone più calde, dipingono un quadro drammatico in cui le forze russe, pur senza sferrare attacchi frontali di grande portata, erodono progressivamente le posizioni nemiche. Le loro tattiche di infiltrazione, condotte da piccole unità, hanno l'obiettivo primario di sgretolare il sistema difensivo, isolando i capisaldi e rendendo insostenibile la loro tenuta. A Kupiansk, per esempio, la comparsa di bandiere russe in diversi quartieri non segnala una conquista completa, poiché reparti dell'esercito di Kiev continuano a combattere accanitamente; eppure, la loro situazione logistica è divenuta critica, con le linee di rifornimento interrotte dalle avanguardie di Mosca che si sono spinte in profondità.
Lo stallo europeo e le mosse di Washington
Mentre il terreno viene conteso palmo a palmo, la partita diplomatica e strategica si gioca lontano dal fragore dell'artiglieria. L'Europa, che avrebbe potuto preparare un piano alternativo per scongiurare il rischio di una mediazione americana imposta a condizioni svantaggiose per Kiev, sembra aver perso tempo prezioso. Un immobilismo che si riflette anche nella politica sanzionatoria, la quale, come viene fatto notare, non ha mai seriamente incluso i due principali acquirenti di idrocarburi russi, Cina e India. Su questo specifico versante, l'amministrazione Trump ha mostrato un approccio di gran lunga più energico, cercando di porre un argine al flusso di risorse che finanzia lo sforzo bellico.
Il silenzio imbarazzante di una parte della politica
In un contesto di tale gravità, dove si parla apertamente di genocidio per le deportazioni, la cancellazione di intere città e il trasferimento forzato di minori, risalta un "silenzio assordante" in alcuni ambienti politici italiani. Quella stessa sinistra tradizionalmente vocale su temi di diritti e giustizia internazionale appare oggi stranamente muta e immobile di fronte a una tragedia che non è una semplice crisi geopolitica, ma un conflitto con caratteristiche che evocano i capitoli più bui della storia europea. Una passività che contrasta con la sua abituale propensione alla mobilitazione e che alimenta un dibattito sul suo posizionamento.
La corsa contro il tempo e lo spettro di una pace imposta
Il tempo a disposizione dell'Ucraina si sta restringendo, con il pericolo concreto di una conclusione del conflitto che assuma i contorni di una capitolazione, un esito che certamente soddisferebbe le mire della Russia. Lo scenario paventato include un esercito fortemente ridimensionato e una rinuncia, almeno per il momento, all'ingresso nella Nato, mentre si aprirebbe una porta per un futuro nell'Unione europea. La discussione su garanzie di sicurezza dirette da parte degli Stati Uniti non nasconde la sostanza delle intenzioni di Washington, descritta senza mezzi termini come la ricerca di "una pace rapida a spese di una delle parti", quella ritenuta più debole. È questa la cruda verità con cui Kiev deve fare i conti, mentre la sua capacità di resistenza fisica e morale viene spinta al limite.




