Trasporto aereo nel caos, quarantamila voli cancellati e il prezzo del carburante vola

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’operazione militare denominata “Epic Fury”, che ha visto le forze statunitensi e israeliane colpire obiettivi in Iran, ha prodotto ripercussioni immediate e di vasta portata sul settore del trasporto aereo globale, con effetti che vanno ben oltre l’area del conflitto. La chiusura pressoché totale dello spazio aereo sul Golfo Persico, conseguente alle ostilità, ha di fatto interrotto uno dei principali corridoi del traffico aereo mondiale, causando la cancellazione di circa quarantamila voli. Si tratta, secondo le prime analisi, della più grave interruzione per l’industria dei viaggi dai tempi della pandemia di Covid-19, con migliaia di passeggeri rimasti di fatto bloccati negli aeroporti della regione o costretti a cercare rotte alternative, talvolta via terra, per lasciare l’area.

Rotte stravolte e nuovi equilibri nei cieli del Medio Oriente

Le compagnie aeree, sia europee che asiatiche, si sono trovate nella condizione di dover rivedere completamente i propri piani di volo, optando per deviazioni che aggirano la zona interdetta. Vettori come la tedesca Lufthansa e l'ungherese Wizz Air hanno già modificato le rotte per i collegamenti tra l'Europa e l'Asia, allungando i tempi di percorrenza e, di conseguenza, incrementando il consumo di carburante. Nonostante i timidi segnali di ripresa per alcuni vettori del Golfo, che hanno ripreso a operare un numero limitato di voli, la situazione rimane critica: i dati di FlightAware, riportati da fonti internazionali, parlano di centinaia di cancellazioni solo nella giornata di martedì 10 marzo, con circa quattrocentocinquanta tra arrivi e partenze annullati a Doha, un centinaio a Dubai e quasi cinquanta ad Abu Dhabi. Di contro, la low cost irlandese Ryanair ha registrato un incremento della domanda per i voli a corto raggio, un fenomeno che gli analisti legano alla scelta di molti europei di trascorrere le festività pasquali più vicino a casa, rinunciando alle tradizionali mete balneari del Medio Oriente, rese in questo momento inaccessibili o considerate non sicure.

Il raddoppio del costo del carburante mette in ginocchio i bilanci

A complicare ulteriormente il quadro, già reso precario dalla necessità di riorganizzare le rotte, si aggiunge una componente economica di peso schiacciante: l’impennata del prezzo del jet fuel. Il carburante rappresenta tradizionalmente la seconda voce di spesa per i vettori dopo il costo del lavoro, e l’attuale crisi ha portato a un raddoppio dei prezzi spot del cherosene dall'inizio del conflitto. Dati provenienti dall'International Air Transport Association (IATA) confermano un incremento superiore al settanta per cento su base annua, con il prezzo al barile che ha superato i centocinquanta dollari. Questa stangata si riflette inevitabilmente sui bilanci delle compagnie, molte delle quali hanno visto crollare i titoli in Borsa, e apre scenari complicati per la gestione dei costi operativi. Le compagnie statunitensi, che avevano abbandonato le pratiche di copertura del rischio (hedging) sul costo del carburante, potrebbero rivelarsi le più esposte in caso di prolungamento delle ostilità, a differenza di molte controparti europee e asiatiche che mantengono invece attive strategie di hedging.

I nodi strutturali di un sistema globale troppo dipendente dagli hub del Golfo

La crisi in corso ha messo a nudo una vulnerabilità strutturale del sistema dei trasporti aerei, ovvero l’enorme dipendenza da pochi grandi hub di transito localizzati in aree geopoliticamente instabili. Aeroporti come quello di Dubai, il più trafficato al mondo per i collegamenti internazionali, e quello di Doha, sono da anni snodi cruciali per i flussi di passeggeri e merci tra Oriente e Occidente. La loro paralisi, anche solo parziale, genera un effetto a cascata che si riverbera sull'intera rete globale. Il direttore generale di una società specializzata in compensazioni per i passeggeri aerei ha sottolineato come, nel medio termine, questo scenario potrebbe indurre i vettori a ridurre la loro dipendenza dagli scali del Golfo, guardando con maggiore interesse ad alternative come Singapore, Istanbul o Delhi, con conseguenti modifiche permanenti alla geografia del trasporto aereo. A tutto ciò si aggiunge la prospettiva di un aumento dei costi assicurativi per il volo nella regione, un onere che potrebbe mantenersi elevato nel tempo e che, sommato al caro-carburante, metterà ulteriormente sotto pressione le tariffe dei biglietti, con inevitabili ricadute sui passeggeri. Le compagnie filippine, ad esempio, hanno già lanciato l'allarme su possibili aumenti delle tariffe aeree, mentre le autorità locali si preparano a discutere l'entità dei sovrapprezzi carburante da applicare.

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