La Russia e la fine del regime di Assad

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La stampa internazionale, a differenza di quella italiana che appare più avveduta, abbonda in queste ore di articoli sull'umiliazione subita dalla Russia di Vladimir Putin in Siria con la cacciata di Bashar al-Assad. Dal 2015, la Russia si è molto impegnata per sostenere Assad e il suo regime, soprattutto in ottica anti-americana. Tuttavia, secondo l'ex generale dei servizi segreti russi, Evgenij Savostyanov, la Siria rappresentava un peso inutile per la Russia, richiedendo un enorme dispendio di forze militari, politiche ed economiche, senza dare nulla in cambio.

Savostyanov, considerato uno degli analisti più raffinati sullo stato del suo Paese, ha dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera che per Vladimir Putin, la Siria è il simbolo della sua autoaffermazione come leader globale. Tuttavia, per la Russia, la Siria di Assad era un inutile fardello. La caduta di Assad rappresenta una sconfitta per la Russia, poiché era il maggior alleato di Mosca in Medio Oriente dai tempi dell'Unione Sovietica. Ora, la proiezione geopolitica di Putin nella regione si è ridotta notevolmente.

Secondo molti osservatori, anche interni alla Russia, è stata la guerra in Ucraina a indebolire la presenza russa in Siria. Erdogan, presidente turco, ha umiliato Putin in diverse occasioni: lo ha cacciato dal Caucaso del Sud, gli ha chiuso il Bosforo e lo ha fatto aspettare ai loro incontri. La situazione attuale evidenzia come la Russia, nonostante gli sforzi profusi, non sia riuscita a mantenere il controllo e l'influenza desiderati in Siria, subendo così un duro colpo alla propria immagine e alla propria strategia geopolitica.

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