Cannes 2026, tra icone femminili e un’assenza che pesa: niente Hollywood sulla Croisette
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Ci sono edizioni del festival di Cannes che iniziano con un’immagine così densa di significati da sembrare quasi un programma. E l’affiche della 79esima, quella che ritrae Susan Sarandon e Geena Davis abbracciate come ai tempi di Thelma e Louise, non lascia spazio a dubbi: il cinema, qui, si specchia nel coraggio femminile, nella fuga in avanti di due donne che scelsero la libertà senza chiedere il permesso a nessuno. Peccato, però, che già al terzo giorno – e lo dico senza enfasi – il conto con la realtà sia più duro del previsto. Perché se è vero che due film in programma raccontano storie di «donne che vissero due volte» (il Parallel Tales di Asghar Farhadi, in concorso, e il film d’apertura), è altrettanto vero che qualcosa di grosso, forse di decisivo, manca all’appello.
L’ombra lunga di Hollywood e il silenzio dei blockbuster
La domanda, a questo punto, sorge spontanea tra gli addetti ai lavori e tra i cronisti accalcati davanti al Palais: ma perché a Cannes 2026 non ci sono film di Hollywood? La vetrina scintillante, quella che per decenni ha garantito ai grandi studi americani un palcoscenico mondiale, sembra essersi improvvisamente oscurata. Nessun blockbuster con la sua batteria di star, nessuna operazione di marketing milionaria pronta a invadere la Croisette. E il vuoto, va detto, si sente eccome. Perché i grandi kolossal – lo abbiamo imparato negli ultimi anni – non sono solo intrattenimento: assicurano visibilità, accendono i riflettori persino sulle roulotte degli ospiti minori, creano quel magnetismo da fiera internazionale che trascina il pubblico fino ai margini del red carpet. Senza di loro, il festival perde un pezzo della sua anima industriale, quella capace di generare miti in tempo reale.
I pesi massimi in concorso e il debutto (sorprendente) di John Travolta
La competizione, per fortuna, non si ferma. Dopo la giornata di ieri – che ha visto in lizza due candidati di peso alla Palma d’oro come Asghar Farhadi e il polacco Pawel Pawlikowski – oggi il testimone passa al giapponese Ryusuke Hamaguchi e all’austriaca Marie Kreutzer. Due autori, va notato, lontani anni luce dalla logica degli studi californiani. Eppure, proprio mentre i puristi si leccano i baffi, ecco spuntare un nome che a Hollywood è sempre stato di casa: John Travolta. Il divo, oggi settantaduenne, debutta alla regia con un film «per famiglie» – *Volo notturno per Los Angeles* – che lui stesso descrive come un omaggio alla sua passione per gli aerei. Nessuna traccia, stavolta, del ballo sulla scalinata che nel 2014 (a vent’anni dalla Palma d’oro di *Pulp fiction*) lo vide volteggiare con Uma Thurman e Quentin Tarantino. Ma il fascino dell’operazione, per chi segue il festival da anni, resta intatto: un attore-icona che cambia ruolo, e lo fa senza alcun sostegno alle spalle dei grandi studi.
Il peso di una diretta quotidiana tra doc su Lennon e incontri casuali
I nostri inviati – Mauro Donzelli e Federico Gironi – raccontano minuto per minuto, nella diretta di venerdì 15 maggio, tutto ciò che accade sul filo della Croisette. E tra le righe dei loro aggiornamenti emerge un festival frammentato, quasi intimo, dove il caso (o la regia degli organizzatori) ha voluto che oggi fosse il giorno di un documentario su John Lennon accanto a Travolta. Due mondi, due modi opposti di intendere il cinema: l’uno intimo, musicale, quasi memorialistico; l’altro leggero, volutamente naif, concepito per un pubblico familiare. E se è vero che l’assenza di Hollywood si fa sentire – lo ripeto – è altrettanto vero che questa edizione, almeno per ora, ha il coraggio di guardarsi allo specchio senza trucco. Proprio come le due eroine di Ridley Scott, immortalate nel manifesto.




