Cannes, sangue e desiderio queer: l’horror “Teenage Sex And Death At Camp Miasma” accende la Croisette
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La 79esima edizione del Festival di Cannes, dopo l’avvio in competizione della francese “La vie d’une femme” di Charline Bourgeois-Tacquet (unico titolo italiano nel cast la presenza dello scrittore napoletano Erri De Luca), ha visto ufficialmente l’apertura della sezione “Un certain regard” con un’opera destinata a fare molto discutere. Stiamo parlando di “Teenage Sex and Death at Camp Miasma”, l’ultima fatica della regista transgender Jane Schoenbrun, già acclamata dal Sundance e considerata una delle autrici più visionarie del nuovo cinema indipendente americano. Il film, accolto da una standing ovation di circa sei minuti al Théâtre Debussy, rappresenta una rilettura radicale e ironica del genere slasher, quella stessa tradizione horror che, come spiega la stessa regista, è storicamente costellata di rappresentazioni tossiche della diversità di genere.
La trama tra meta-cinema e liberazione
Al centro della narrazione c’è Kris, una giovane regista queer interpretata da Hannah Einbinder, a cui viene affidato il reboot di una saga horror di culto degli anni Ottanta, “Camp Miasma”. Entusiasta del progetto, Kris cerca di coinvolgere l’attrice che era stata la “final girl” (la ragazza sopravvissuta) del film originale, una certa Billy Presley. Quest’ultima, interpretata da una straordinaria Gillian Anderson, vive però da anni in totale reclusione proprio nel luogo delle riprese del primo capitolo. Il rapporto che si instaura tra le due diventa il vero motore della storia: non si tratta solo di fare cinema, ma di un viaggio ossessivo fatto di desiderio represso e ricerca del piacere. Come nota il critico Federico Gironi, c’è un momento chiave, all’inizio del film, in cui Kris scrive ossessivamente la parola “DESIDERIO” sul suo taccuino: è lì che Schoenbrun ci rivela, senza filtri, le vere intenzioni di un’opera che usa lo splatter come pretesto per parlare di liberazione sessuale e accettazione di sé.
Gillian Anderson e la rivoluzione del mostro
Nonostante la presenza di sangue e un killer soprannominato “Little Death” (un termine francese che indica l’orgasmo, guarda caso), Schoenbrun ha ribadito più volte come la sua intenzione fosse quella di realizzare una commedia nera, divertente e volutamente “commerciale”, per quanto contaminata da simbolismi queer. La cineasta, che ha dichiarato di essersi sentita per la prima volta “veramente libera di essere se stessa” sul set, gioca con gli stereotipi del genere: se in passato film come “Psycho” o “Il silenzio degli innocenti” hanno equiparato la non conformità di genere alla follia omicida, qui il mostro diventa un’icona di piacere e liberazione. La stessa Gillian Anderson, icona pop per “X-Files”, ha confessato ironicamente che il suo rapporto con gli horror non è mai stato facile, risalendo a un brutto trip con “Non aprite quella porta” da giovane; eppure, abbraccia il ruolo di questa diva decadente e seduttiva con una carica emotiva che, come ha detto l’attrice, rende la sua prima volta a Cannes (dopo “cento anni di carriera”) un momento speciale.
Uno sguardo attuale dietro la macchina da presa
Dietro le quinte del successo, però, Schoenbrun è stata piuttosto esplicita riguardo alle difficoltà incontrate per realizzare quest’opera. In un’intervista rilasciata prima della proiezione, la regista ha rivelato che “tutti hanno rifiutato” il progetto, eccezion fatta per la piattaforma MUBI che lo distribuirà. Secondo la sua analisi, ci troviamo in un’“era post-woke e post-Biden” in cui è diventato estremamente complesso per gli artisti transgender ottenere budget adeguati per il cinema, un clima reso ancora più asfissiante dall’attuale presidenza Trump. Nonostante ciò, il risultato finale viene descritto come un’opera leggera ma intelligente, che omaggia i classici come “Venerdì 13” e “Sleepaway Camp”, ma anche il cinema di Lynch e Cronenberg, senza la supponenza intellettuale che spesso accompagna i film d’autore. È un horror che vuole essere goduto, vissuto e, citando il sottotesto del film, capace di regalare l’orgasmo emotivo che solo il cinema sa dare.




