Il Salento e il turismo che arranca: servizi carenti più del caro-prezzi
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Redazione Interno
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Da settimane si discute del calo di visitatori in Salento, un fenomeno che, seppur ancora da verificare nelle cifre definitive – considerando l’allungamento della stagione turistica, ormai estesa dalla primavera all’autunno – ha già scatenato polemiche e analisi contrastanti. Se i mesi più caldi potrebbero aver registrato un ridimensionamento, è probabile che i periodi di spalla, quelli che precedono e seguono l’alta stagione, compensino parzialmente il bilancio annuale. Ma il problema, a sentire gli operatori del settore, non sarebbe soltanto economico.
Le spiagge semi-vuote di luglio hanno riacceso il dibattito sul caro-ombrelloni, ma i balneari puntano il dito altrove: "Le famiglie faticano ad arrivare a fine mese", sostengono, sottolineando come la crisi abbia eroso il potere d’acquisto più di quanto non abbiano fatto i rincari degli stabilimenti. Ad agosto, tradizionale picco delle ferie, molti confidano in una ripresa, seppur insufficiente a colmare le perdite registrate in Puglia e in altre zone tradizionalmente affollate. Intanto, il Partito Democratico accusa il Tg1 di aver dipinto un’estate "da record", lontana dalla realtà di chi, invece, ha rinunciato alle vacanze per motivi economici.
I dati di Assobalneari parlano di un calo del 20-30% nelle presenze, con l’eccezione della domenica, quando le coste tornano a popolarsi. Un quadro che, al di là delle controversie politiche, riflette un malessere diffuso: quello di un’offerta turistica che, in molte aree, stenta a tenere il passo con le esigenze dei viaggiatori. Se i prezzi incidono, è la qualità dei servizi – dai trasporti alla pulizia, dall’accoglienza alla gestione del territorio – a fare la differenza. E mentre il governo Trump ribadisce la sua linea protezionista, l’Italia fatica a competere non solo sui costi, ma su ciò che dovrebbe attrarre i visitatori: l’esperienza stessa della vacanza.




