Trescore Balneario, la professoressa accoltellata e il filo invisibile che la lega al sangue di suo padre
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Redazione Interno
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La quiete di Berzo San Fermo, piccolo centro della Bergamasca, si è trasformata in un’attesa silenziosa. Qui vive Chiara Mocchi, la docente di 57 anni accoltellata da un alunno tredicenne nell’istituto comprensivo di Trescore Balneario, e qui tutti aspettano di riabbracciarla. La sua vicenda, però, si intreccia con un passato lontano che riemerge con una forza quasi inaspettata: il ruolo del padre, sindaco del paese negli anni Settanta, e quel legame profondo con l’Avis, l’associazione dei donatori di sangue che lui stesso volle fondare nella Media Val Cavallina. Una storia nella storia, fatta di gesti concreti che, decenni dopo, si sarebbero rivelati determinanti per salvare la vita a sua figlia.
Il volo e il sangue che riporta indietro dal buio
Sono le 7:45 del 25 marzo quando, nei corridoi della scuola, la routine scolastica viene squarciata dalla violenza. Il ragazzo, che indossa una maglietta con la scritta "Vendetta" e pantaloni mimetici, colpisce l’insegnante al collo e al torace con un pugnale, mentre un telefonino appeso al collo filma tutto, probabilmente in diretta social. La lama sfiora l’aorta di un soffio – mezzo millimetro, diranno i medici – provocando un’emorragia devastante: quasi un litro e mezzo di sangue perso in pochissimi minuti. È in quel frangente, quando il confine tra la vita e la morte diventa labile, che scatta la catena di soccorso. L’elisoccorso decolla con a bordo il servizio "Blood on Board", una procedura che permette la trasfusione direttamente in volo. Chiara Mocchi ricorda con una lucidità agghiacciante i momenti successivi all’aggressione: il foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi la soccorreva, e poi quella voce di donna, ferma e urgente, che diceva: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più”. Poi il buio, e in quel buio la percezione della vita che torna indietro, goccia dopo goccia, mentre una voce maschile scandiva “Ancora una sacca…”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare e a far battere il cuore.
Il coraggio di un altro ragazzo e il peso di una responsabilità condivisa
A impedire il peggio, prima ancora dell’arrivo dei soccorsi, non è stato solo il tempestivo intervento di un insegnante e dei collaboratori scolastici, ma il gesto di un altro studente. Chiara Mocchi lo chiama “E.”, un altro tredicenne che, scrive nella lettera dettata al suo avvocato Angelo Lino Murtas, “mi ha difesa rischiando la sua stessa vita”. Un atto di coraggio che contrasta con la dinamica dell’aggressione, avvenuta all’ingresso della scuola media Leonardo da Vinci, davanti agli occhi di alcuni compagni. Negli stessi giorni, mentre la professoressa usciva dalla terapia intensiva, emergevano altri particolari sulla perquisizione nella casa del tredicenne aggressore: i carabinieri hanno trovato materiale che potrebbe essere propedeutico alla preparazione di ordigni, un dettaglio che ha ulteriormente complicato il quadro investigativo, sebbene gli inquirenti abbiano escluso fin da subito finalità di natura terroristica. Il ragazzo, non imputabile per l’età, è stato affidato a una comunità, mentre la Procura per i minori di Brescia segue il caso.
Il cerchio che si chiude: dal padre fondatore dell’Avis al dono anonimo
Ma la narrazione di questa vicenda, che poteva trasformarsi in tragedia, trova un contrappunto in una coincidenza che la stessa insegnante definisce “commovente”. Mentre si trovava in ospedale, Chiara Mocchi ha saputo che il sangue ricevuto in trasfusione proveniva da donatori Avis. E tra questi, con una probabilità altissima che sfiora il destino, c’è il sangue del suo stesso avvocato, donatore da oltre 45 anni, che aveva donato il giorno prima dell’aggressione. Un filo rosso – letteralmente – che riporta alla memoria il padre di Chiara, che negli anni Settanta, da primo cittadino di Berzo San Fermo, volle fondare l’Avis della Media Val Cavallina. La docente lo ricorda con le parole che da sempre custodisce: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Una frase che in quei drammatici istanti a bordo dell’elicottero ha assunto un significato letterale, restituendo alla professoressa la possibilità di pensare al futuro. Non c’è rabbia nelle sue parole, non c’è accusa esplicita verso il ragazzo che l’ha aggredita, ma piuttosto un pensiero lucido sulla fragilità degli adolescenti, definiti “confusi” e “indottrinati” dai social. A Trescore Balneario e nei paesi limitrofi, l’eco di questo episodio ha riacceso il dibattito sul clima all’interno delle scuole, dove alcuni genitori hanno raccontato di episodi di violenza pregressi non sempre gestiti adeguatamente.




