Pensioni, il buco silenzioso: un assegno su due è già assistenza senza contributi
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Redazione Economia
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Che il sistema pensionistico italiano versi in una crisi di sostenibilità non è certo una rivelazione per gli addetti ai lavori, ma ciò che pochi raccontano – o forse molti preferiscono ignorare – è la natura profondamente distorta di quell’equilibrio apparente su cui si regge la spesa previdenziale. Ogni mese, dietro la voce di bilancio che recita “pensioni”, si consuma una partita di giro che ha ben poco a che fare con il patto intergenerazionale su cui venne edificato il sistema retributivo prima, e misto poi. I numeri parlano chiaro, e lo fanno con la secchezza di chi non ha bisogno di aggettivi: su 16,3 milioni di persone che ricevono regolarmente un assegno pensionistico, oltre 7,2 milioni – quasi una su due – dipendono in tutto o in parte dalla fiscalità generale. Significa, in altre parole, che costoro percepiscono più di quanto abbiano mai versato sotto forma di contributi, quando non abbiano versato proprio nulla.
A gettare luce su questo meccanismo perverso – destinato a peggiorare con l’invecchiamento della popolazione – è Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari previdenziali, che ha recentemente pubblicato sul Corriere della Sera un’analisi basata sull’incrocio fra i dati Istat e quelli della Ragioneria generale dello Stato. Sono le stesse cifre che ogni anno finiscono sui tavoli di Bruxelles, laddove si valuta la sostenibilità dei conti pubblici italiani. La conclusione, se così si può chiamare un dato grezzo, è disarmante: una fetta crescente della cosiddetta “spesa pensionistica” non è che assistenza pura, mascherata da previdenza. E il costo di questa operazione – perché di un’operazione contabile si tratta – viene scaricato su una minoranza sempre più esigua di contribuenti effettivi, quelli che versano regolarmente e non godono di alcun beneficio indiretto.
L’eredità della riforma Fornero e l’illusione dei requisiti
Per capire come si sia arrivati a questo punto, occorre compiere un breve salto indietro nel tempo. Fino al 2011 – sembra un’era geologica, ma sono trascorsi solo quindici anni – le regole per andare in pensione erano ben diverse: si poteva optare per l’anticipata con 40 anni di contributi, oppure a 60 anni sfruttando la cosiddetta “quota 96”, mentre l’età per la pensione di vecchiaia variava tra i 60 e i 65 anni a seconda del genere. Oggi, dopo gli interventi varati nei successivi governi e mai realmente smantellati, lo scenario appare completamente ribaltato: la pensione di vecchiaia è stata uniformata a 67 anni per tutti, senza più distinzioni tra uomini e donne, mentre le finestre mobili e gli incrementi sperimentali hanno reso l’accesso al pensionamento un percorso irto di ostacoli.
Eppure, nonostante l’inasprimento dei requisiti – che pure ha ridotto il numero di domande accolte – la spesa continua a crescere. Perché? La risposta risiede proprio in quella massa di 7,2 milioni di assegni “assistenziali” che nulla hanno a che vedere con i versamenti effettuati. Si tratta di integrazioni al minimo, di assegni sociali, di bonus vari, di quelle che Brambilla definisce senza troppi giri di parole “pensioni non contributive”. La loro proliferazione è stata giustificata, nel corso degli anni, con ragioni di equità sociale; ma il rovescio della medaglia è un sistema che diventa insostenibile, perché chi lavora e versa si trova a caricarsi sulle spalle un numero crescente di prestazioni erogate a prescindere dalla storia contributiva del beneficiario.
Le categorie protette e l’incognita degli scatti futuri
A rendere il quadro ancora più complesso – se possibile – sono le eccezioni, le categorie salvaguardate, le tutele particolari che frammentano il già opaco universo previdenziale italiano. La circolare diffusa recentemente dal Dipartimento, accompagnata da una nota tecnica dell’Inps, conferma che a partire dal 2027 i requisiti per l’accesso al pensionamento subiranno un ulteriore incremento: un mese in più dal 2027, che salirà a tre mesi dal 2028. Tradotto in termini concreti: per la pensione di anzianità (o anticipata, che dir si voglia) serviranno 41 anni e 1 mese di contributi dal 2027, mentre per quanto riguarda la pensione di vecchiaia restano in vigore i limiti differenziati per alcune qualifiche dirigenziali. Nello specifico: 65 anni per il dirigente generale, 63 per il dirigente superiore, 60 per le altre qualifiche.
Numeri che, per quanto tecnici, raccontano una storia di stratificazione normativa. Ogni governo, negli ultimi quindici anni, ha aggiunto un pezzo, una deroga, un salvagente per questa o quella categoria – dai lavoratori usuranti ai cosiddetti “esodati”, passando per forze dell’ordine e personale della scuola – senza mai intervenire sul nodo strutturale. E cioè: una parte rilevante della spesa non è coperta da entrate contributive reali, ma da trasferimenti diretti dalla fiscalità. Un meccanismo che, a conti fatti, assomiglia sempre più a un reddito minimo garantito camuffato da pensione.
Una fotografia senza ritocchi: chi paga e chi riceve
L’incrocio dei dati Istat-Ragioneria generale non lascia spazio a interpretazioni ottimistiche. Quasi un pensionato su due rientra nella fascia di chi percepisce più di quanto abbia versato, oppure non ha mai versato nulla. Non si tratta di un giudizio morale – ci mancherebbe – ma di una fotografia contabile. Il punto, e qui sta la sostanza del problema sollevato anche dal Centro Studi Itinerari previdenziali, è che questo squilibrio non potrà che ampliarsi nei prossimi anni, perché la pressione fiscale sui lavoratori attivi ha già raggiunto livelli molto alti e perché la curva demografica continua a scendere. Meno giovani entrano nel mercato del lavoro, meno contribuenti ci sono a sostenere una spesa che, per sua natura, tende a crescere con l’aumento dell’aspettativa di vita.
Nessuno, finora, ha proposto una soluzione credibile. Le riforme si sono limitate a ritoccare i requisiti anagrafici e contributivi, senza mai mettere in discussione il principio per cui una parte dei trattamenti previdenziali dovrebbe essere finanziata dal bilancio statale e non dai contributi. E così, mentre Bruxelles continua a monitorare i conti italiani con crescente attenzione, dentro i confini nazionali si assiste a un dibattito eternamente rinviato, fatto di proclami e controproclami, ma privo di analisi capaci di distinguere tra ciò che è davvero pensione e ciò che è, a tutti gli effetti, trasferimento assistenziale. La fotografia scattata da Brambilla ha il merito di restituire i numeri alle chiacchiere: 7,2 milioni di assegni su 16,3 milioni non reggono il confronto con la logica contributiva. E un sistema che ignora questo dato è destinato a rompersi, non se, ma quando.




