Incendio sul Monte Faeta, il rientro dei mille e la tregua (solo parziale) del vento
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Redazione Interno
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Le operazioni di spegnimento sul Monte Faeta, che hanno tenuto in scacco per ore i territori di Lucca e Pisa, registrano una significativa svolta grazie alla cessazione delle raffiche di vento: se nelle ultime quarantotto ore le folate avevano trasformato ogni focolaio in un fronte incontrollabile, trasformando l’emergenza in un incubo logistico per i soccorritori, la stabilizzazione delle condizioni meteorologiche sta finalmente consentendo di chiudere il cerchio attorno al perimetro del rogo. A rendere più fluida la gestione dell’emergenza è stato anche il graduale rientro dei residenti, con migliaia di persone che hanno potuto riattraversare le transenne per tornare nelle proprie abitazioni, mentre sui versanti lucchese e pisano continuano a operare senza sosta le squadre dei vigili del fuoco, supportate da una massiccia flotta aerea composta da quattro Canadair e un elicottero Erickson S.
Le cifre relative all’impegno dei soccorritori, d’altronde, restituiscono la portata impressionante di questa battaglia contro il fuoco: nella sola area pisana, stando ai dati forniti dalla sala operativa, sono stati 104 i pompieri impiegati, con un totale di 85 interventi effettuati dall’inizio della crisi. Di questi, ben 73 erano direttamente legati al contenimento delle fiamme, mentre i restanti 12 hanno riguardato il recupero di beni e l’assistenza alla popolazione evacuata. Nonostante il bilancio dei danni sia pesante (si parla di circa 710 ettari di vegetazione distrutti e alcune abitazioni danneggiate), la tregua del vento ha permesso di ridurre drasticamente la minaccia per i centri abitati di Asciano e Santa Maria del Giudice, dove nella notte più critica l’ordine di evacuare aveva coinvolto circa 3.500 persone.
La situazione migliora e i cancelli si riaprono, ma restano i punti caldi
Sul versante lucchese, come sottolineato dal funzionario del centro operativo nazionale dei vigili del fuoco, Francesco Di Felice, il rogo può definirsi ormai “quasi spento”; una condizione simile, sebbene con maggiori cautele, si registra anche nell’area pisana, dove le condizioni sono state finalmente etichettate come “sotto controllo”. Il miglioramento del quadro generale, tuttavia, non autorizza certo al trionfalismo: se il grosso della popolazione ha già fatto rientro (con stime che parlano di alcune migliaia di persone tornate tra le mura domestiche), restano ancora fuori dalle loro case circa quattrocento individui, concentrati soprattutto nella zona a nord del crinale, dove le fiamme hanno lasciato il terreno ancora instabile e pericoloso.
L’assessore regionale o i sindaci dei comuni coinvolti hanno ribadito che, per le persone fragili o per chi risiede in aree particolarmente impervie, la permanenza nelle strutture sanitarie o nei centri di accoglienza rimane la scelta più prudente. Sul campo, le operazioni non si sono fermate un istante: i tecnici dell’antincendio boschivo stanno concentrando i loro sforzi su due punti critici del perimetro, dove il fuoco sembra resistere alla bonifica. La preoccupazione principale, al momento, non è tanto l’avanzata delle fiamme (arginate dal calo della ventilazione), quanto piuttosto il rischio di “riaccensioni” improvvise all’interno dell’area già percorsa, favorite dal calore residuo e dalla presenza di materiale organico ancora ardente sotto la cenere.
I numeri dell’assedio e la macchina dei soccorsi in assetto da guerra
Guardando ai numeri complessivi dell’operazione, emerge la complessità di una macchina dei soccorsi che ha messo in campo risorse considerevoli per scongiurare una tragedia annunciata. Oltre alle centinaia di vigili del fuoco che hanno operato a turno per lunghi giorni, l’intera macchina della protezione civile è stata mobilitata in sinergia con le forze dell’ordine, chiamate a gestire i blocchi stradali lungo la provinciale 30 (la cosiddetta “Lungomonte”) e ad assistere gli esuli del fuoco nelle fasi concitate delle evacuazioni notturne. Se da un lato i Canadair hanno scandito le ore di luce con i loro continui “scarichi” sui pendii ancora in fumo, dall’altro l’elicottero Erickson S-64, con la sua capacità di carico straordinaria, si è rivelato fondamentale per raffreddare i fronti più insidiosi che i mezzi di terra non potevano raggiungere.
Nonostante il quadro in miglioramento, il rogo ha già lasciato una ferita profonda nel tessuto ambientale della zona, distruggendo ettari di macchia mediterranea e bosco che separavano gli insediamenti umani dalla catena montuosa. La memoria corre al grande incendio del Monte Serra del 2018, un precedente che aveva insegnato quanto sia lenta e dolorosa la rinascita di questi ecosistemi dopo il passaggio devastante del fuoco. Per quanto riguarda le indagini, gli inquirenti stanno vagliando le prime ipotesi sulla natura del disastro, in attesa di poter accedere in sicurezza alle aree ancora off-limits per raccogliere elementi utili a escludere eventuali responsabilità penali.
La resistenza delle fiamme e il lavoro certosino dei bonificatori
Proseguono senza sosta, insomma, le operazioni di spegnimento e bonifica: se la superficie percorsa dal fuoco è stata quantificata in circa 710 ettari, le attività di messa in sicurezza del perimetro hanno finora raggiunto una copertura stimata intorno al 40% dell’area, con le fiamme ancora attive in alcune specifiche porzioni del fronte. I tecnici del sistema Antincendi Boschivi hanno spiegato che le difficoltà maggiori, in questa fase, risiedono nella natura frammentata del rogo: esistono numerose “lingue” di vegetazione non bruciata all’interno dell’area già colpita, le quali rappresentano una miccia pronta a riaccendersi non appena le condizioni di ventilazione dovessero cambiare nuovamente.
È proprio questa la variabile che tiene ancora alta la tensione nelle centrali operative: sebbene le raffiche siano cessate e questo abbia permesso di riprendere il controllo della situazione, la zona rimane esposta a possibili cambi di direzione del vento, capaci in pochi minuti di riattivare fronti anche molto intensi. Per ora, il segnale più incoraggiante arriva dal ritorno alla normalità per migliaia di cittadini, un traguardo che fino a poche ore prima sembrava irraggiungibile quando il cielo era oscurato dal fumo e la colonna di cenere era visibile a decine di chilometri di distanza. Il lavoro dei vigili del fuoco entra quindi in una nuova fase, meno spettacolare ma altrettanto delicata, fatta di controlli capillari e bonifiche accurate, per evitare che l’incubo possa riprendere da un momento all’altro.




