Gaza, la tregua è un puzzle da costruire: l'inviato Usa riunisce i mediatori a Miami
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Redazione Esteri
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Mentre sulla Striscia di Gaza il silenzio delle armi è fragile e la popolazione cerca un momento di respiro, la diplomazia lavora senza sosta per provare a trasformare la tregua temporanea in qualcosa di più duraturo. È con questo obiettivo, ambizioso e complesso, che l'inviato speciale di Washington Steve Witkoff ha convocato oggi a Miami i rappresentanti di Qatar, Egitto e Turchia, paesi che hanno svolto un ruolo cruciale nelle mediazioni fino a questo momento. L’incontro, che si focalizza sulla cosiddetta “Fase 2” del cessate il fuoco, mira sostanzialmente a unificare le posizioni dei mediatori regionali per esercitare una pressione coordinata su Israele e Hamas, spingendo entrambe le parti a rispettare e attuare gli impegni già presi in precedenza. La posta in gioco, come sanno bene tutti gli attori coinvolti, è altissima: solo un accordo solido e verificabile, infatti, può impedire un ritorno immediato al conflitto aperto, con tutte le conseguenze umanitarie che ciò comporterebbe per una popolazione già stremata.
Le parole di Netanyahu e il nodo della sicurezza
La complessità del quadro politico, d’altronde, emerge anche dalle dichiarazioni che arrivano dalle capitali. Il primo ministro israeliano, in un’intervista rilasciata a un network australiano, ha lanciato un duro attacco verbale al governo di Canberra, accusandolo di aver ignorato, prima del grave episodio di cronaca nera di Bondi, gli avvertimenti sul terrorismo e sull’antisemitismo da lui stesso forniti. “Accidenti, svegliatevi!”, ha esclamato Netanyahu, sostenendo che “la situazione era chiara”. Questa uscita, al di là delle polemiche che genera, riflette la percezione israeliana di una minaccia persistente e globale, una visione che inevitabilmente condiziona anche l’approccio di Gerusalemme a qualsiasi negoziato su Gaza, visto principalmente attraverso la lente inesorabile della sicurezza nazionale.
La forza internazionale e le condizioni di Washington
Proprio sul fronte della sicurezza futura della Striscia si inseriscono le dichiarazioni del segretario di Stato americano Marco Rubio, il quale ha sottolineato come l’amministrazione Trump debba prima chiarire il preciso mandato della Forza Internazionale di Stabilizzazione prima di poter chiedere ad altri paesi un impegno concreto di truppe. “Penso che dobbiamo fornire loro alcune risposte prima di poter chiedere a chiunque di impegnarsi in modo definitivo”, ha spiegato Rubio durante una conferenza stampa, pur esprimendo fiducia sulla disponibilità di un “numero accettabile di Stati nazionali” a partecipare all’operazione. Un passaggio cruciale, questo, che evidenzia come la costruzione di una struttura di sicurezza post-conflitto richieda dettagli operativi e politici ben definiti, senza i quali la partecipazione della cosiddetta “comunità internazionale” rimane lettera morta.
Il disarmo di Hamas come precondizione
La posizione statunitense, del resto, è stata ulteriormente precisata dallo stesso Rubio su un punto che considera non negoziabile. Parlando ai giornalisti, il segretario di Stato ha affermato con chiarezza che a Gaza non ci sarà pace “senza il disarmo di Hamas”, spiegando che nessun investitore sarebbe disposto a scommettere sul futuro della Striscia se pensasse che l’organizzazione possa tornare a minacciare Israele nel giro di pochi anni. Questo principio, che per Washington rappresenta una precondizione per qualsiasi soluzione stabile, pone un ulteriore e complicatissimo tassello sul tavolo delle trattative, dato che tocca il cuore stesso della governance e del potere a Gaza, uno degli aspetti più spinosi di tutto il conflitto.




