Gaza, i mediatori a Miami per la Fase 2 mentre Netanyahu accusa l'Australia
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Redazione Esteri
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La complessa partita per una tregua duratura a Gaza, le cui trattative procedono a singhiozzo fra annunci e nuove ostilità, trova oggi un inedito epicentro a Miami, in Florida. Qui, per volontà del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il suo inviato Steve Witkoff si siederà al tavolo con i principali mediatori regionali: il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdul Rahman al-Thani, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan e quello egiziano Badr Abdelatty. L’obiettivo dichiarato, come riportato da fonti ben informate, è sbloccare l’impasse che sta ritardando l’attuazione della cosiddetta “Fase 2” del piano di pace, un passaggio delicatissimo che dovrebbe definire il futuro assetto del territorio palestinese e la sorte dei prigionieri. I quattro Paesi coinvolti, stando a quanto trapelato, attribuiscono responsabilità per i ritardi a entrambe le parti in causa, Israele e Hamas, in un clima di reciproca diffidenza che rende ogni progresso un’operazione di fine diplomazia.
Le parole di Netanyahu e il caso Bondi
Mentre i diplomatici trattano in Florida, il primo ministro israeliano ha rivolto durissime accuse all’Australia, in un’intervista rilasciata a un network televisivo locale. Netanyahu ha affermato, senza mezzi termini, che il premier Anthony Albanese avrebbe ignorato i suoi ripetuti avvertimenti sul terrorismo e sull’antisemitismo prima del grave episodio di violenza accaduto al centro commerciale di Bondi, un fatto di cronaca nera che ha scosso il Paese. “La situazione era chiara”, ha dichiarato Netanyahu, esortando poi il governo di Canberra a “svegliarsi” con un’esclamazione che ha fatto il giro del mondo. Queste dichiarazioni, che toccano nervi scoperti della sicurezza nazionale e della lotta all’estremismo, rischiano di inasprire ulteriormente il dibattito internazionale, andando a intersecarsi, seppur indirettamente, con la delicata questione palestinese.
La posizione dell’Unione Europea
Sullo sfondo delle trattative e delle polemiche, l’Unione Europea ha espresso una posizione netta riguardo alla situazione in Cisgiordania. Il Consiglio europeo, riunito a Bruxelles, ha infatti condannato “fermamente il massiccio aumento della violenza dei coloni contro i civili palestinesi”, una violenza che, si legge nel testo, ha colpito anche le comunità cristiane. Le istituzioni comunitarie hanno poi puntato il dito contro “le politiche e minacce di sfollamento forzato e annessione” nei territori occupati, incluso Gerusalemme Est, esortando Israele a rispettare il diritto internazionale e a invertire la rotta sull’espansione degli insediamenti, definiti illegali. Una presa di posizione che arriva in un momento di grande tensione e che delinea una frattura politica con l’amministrazione Trump, la quale ha invece tradizionalmente mostrato un approccio differente sul tema.
L’intreccio delle diplomazie
La scelta di Miami come luogo d’incontro non è casuale, ma conferma come la Florida sia diventata un crocevia strategico per la politica estera di Trump, un luogo dove si decidono le mosse su scenari globali apparentemente distanti. La diplomazia ucraina e quella mediorientale, infatti, si intersecano sempre più, mostrando come le crisi internazionali siano ormai connesse in un unico grande scacchiere. L’incontro di oggi rappresenta un tentativo di dare slancio a un negoziato che finora ha prodotto solo fragili cessate-il-fuoco, presto infranti. Molti, osservando la composizione del tavolo, ne sottolineano la natura pragmatica: sono infatti presenti gli attori che detengono le chiavi del dialogo con Hamas e che, al tempo stesso, mantengono canali di comunicazione con Israele. La partita è tutta da giocare, e i suoi esiti sono ancora imprevedibili.




