La mezza maratona dei robot a Pechino: Honor cancella il record umano

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Domenica scorsa, nella zona di Yizhuang, la capitale cinese ha ospitato una competizione destinata a riscrivere i parametri della velocità tecnologica. Non si è trattato di una classica gara podistica, bensì della seconda edizione della Beijing E-Town Half Marathon, un evento che ha visto oltre cento robot umanoidi cimentarsi sui 21,0975 chilometri del percorso. Se l’anno scorso i primi prototipi faticavano a concludere la distanza, apparendo goffi e lenti, l’edizione del 2026 ha segnato un abbrivio impressionante: non solo i partecipanti sono aumentati in modo esponenziale, ma le prestazioni hanno polverizzato ogni precedente riferimento cronometrico, umano o meccanico che fosse.

A dominare la scena sono stati i robot sviluppati da Honor, l’azienda cinese nota al grande pubblico per gli smartphone, che ha piazzato i suoi prototipi su tutti e tre i gradini del podio. A vincere la gara, nella categoria a navigazione autonoma, è stato il team Qitian Dasheng, il quale ha fermato il cronometro a 50 minuti e 26 secondi. Alle sue spalle, il Leiting Shandian ha registrato 50 minuti e 56 secondi, mentre lo Xinghuo Liaoyuan ha chiuso con 53 minuti e un secondo. Si tratta, per avere un termine di paragone, di un tempo inferiore di quasi sette minuti rispetto al record mondiale umano attuale, detenuto dall’ugandese Jacob Kiplimo (57 minuti e 20 secondi). Un salto abissale, se si considera che nella prima edizione, quella del 2025, il vincitore impiegò più di due ore e quaranta minuti per completare la stessa distanza.

Il regolamento, studiato appositamente per testare i limiti dell’ingegneria, ha però introdotto una distinzione cruciale: quella tra robot a guida autonoma e modelli telecomandati. Ed è qui che emerge il paradosso di questa gara. Un altro robot della stessa Honor, telecomandato e ribattezzato "Shandian" (Fulmine), ha letteralmente volato sull’asfalto, tagliando il traguardo con un tempo netto di 48 minuti e 19 secondi, nonostante una caduta a ridosso dell’arrivo. Per essere precisi, a cento metri dalla fine l’umanoide ha urtato un cartellone pubblicitario ed è inciampato, rialzandosi però prontamente. Ciononostante, essendo stato assistito a distanza da un operatore umano, il suo risultato è stato penalizzato da un coefficiente moltiplicatore di 1,2, come previsto dalle norme per i non autonomi, scivolando così giù dalla classifica.

Le insidie del coefficiente e la sfida della termoregolazione

Questa ponderazione dei tempi, lungi dall’essere una stranezza burocratica, rivela l’obiettivo reale dell’evento: spingere l’industria verso l’indipendenza assoluta delle macchine. Circa il 40% dei partecipanti ha optato per la navigazione senza controllo umano diretto, affidandosi a sensori e algoritmi di intelligenza artificiale per orientarsi in un percorso reso volutamente complesso da salite, curve strette e diversi tipi di terreno nel parco Nanhaizi. Il risultato dimostra che, sebbene l’assistenza remota permetta velocità mostruose (paragonabili a quelle di un velocista puro), l’autonomia resta il traguardo tecnologico più ambito.

I tecnici di Honor hanno spiegato che la progettazione di questi umanoidi si ispira direttamente alla morfologia degli atleti di alto livello; uno di essi, ad esempio, monta gambe lunghe 95 centimetri ed è equipaggiato con un sistema di raffreddamento a liquido, fondamentale per smaltire il calore generato da un’andatura così sostenuta per oltre 21 chilometri. Tuttavia, la strada verso l’affidabilità totale è ancora disseminata di ostacoli. Le immagini della competizione mostrano diversi incidenti: alcuni robot sono caduti rovinosamente già sulla linea di partenza, altri hanno avuto problemi di surriscaldamento o di bilanciamento nei tratti più tecnici, dimostrando che la fluidità del movimento è ancora un lusso per pochi.

Una vetrina strategica per la robotica globale

Non si tratta soltanto di sport o di spettacolo. La Cina ha inserito lo sviluppo dei robot umanoidi come priorità assoluta nel proprio piano nazionale quinquennale per il periodo 2026. Competizioni come questa servono a testare in condizioni estreme la resistenza meccanica, la gestione termica e la capacità di interazione con l’ambiente, tutte competenze immediatamente trasferibili in ambito industriale, logistico o domestico. Durante la stessa maratona, un robot è stato persino impiegato per gestire la circolazione, impartendo indicazioni vocali ai concorrenti in carne e ossa che correvano su una pista parallela, separata per motivi di sicurezza.

Il confronto con il record umano, sebbene affascinante, rimane tecnicamente asimmetrico. I robot godono di assistenza tecnica immediata (le auto dei giudici li seguivano passo passo), effettuano cambi batteria in corsia e non sono soggetti agli stessi affaticamenti fisiologici di un atleta. Ciò non toglie, però, che la prestazione cronometrica resti un dato di fatto oggettivo: una macchina ha coperto la distanza olimpica più velocemente del miglior maratoneta del mondo. A Pechino, la tecnologia ha smesso di inseguire e ha cominciato a guidare la corsa.

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