La mezza maratona di Pechino e quel robot che ha polverizzato il record di Kiplimo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Pechino, ancora una volta, si fa laboratorio a cielo aperto per il futuro che avanza, ma questa domenica – nella seconda edizione della gara riservata agli androidi presso il distretto di Yizhuang – l’asticella della sfida tra carne e silicio è stata spostata talmente in alto da lasciare indietro persino i primati umani più recenti. L’evento, organizzato con corsie rigorosamente separate per evitare contatti pericolosi tra i dodicimila partecipanti in carne e ossa e le macchine -1-4, ha consegnato agli archivi una prestazione destinata a far discutere gli addetti ai lavori: un robot umanoide, messo a punto dal team cinese Qitian Dasheng (sebbene un modello dello stesso produttore Honor, soprannominato “Shandian” o “Lightning”, fosse oggettivamente più veloce sul rettilineo), ha tagliato il traguardo dei ventuno chilometri in 50 minuti e 26 secondi, viaggiando a una velocità media di circa 25 chilometri orari.

Per comprendere la portata del salto tecnologico, basta riavvolgere il nastro di soli dodici mesi fa, quando nella prima edizione della competizione il vincitore – il Tiangong Ultra – faticò a concludere la stessa distanza in 2 ore, 40 minuti e 42 secondi, letteralmente “imparando a correre” in mezzo a cadute e sostituzioni di batteria. Stavolta, non solo il margine sul passato è abissale, ma la macchina ha addirittura frantumato il record mondiale dell’ugandese Jacob Kiplimo (57 minuti e 20 secondi), stabilito su strada a Lisbona appena il mese scorso. C’è però un incidente di percorso – mai banale, in queste gare – che ha reso la cronaca ancora più surreale: il robot vincitore, nonostante la straordinaria prestazione, ha commesso un errore di curva e, in un impatto contro le barriere laterali, è rovinato al suolo a pochi metri dalla fine, dovendo essere rialzato dal personale di assistenza prima di ripartire per l’ultimo tratto.

La doppia anima della competizione: telecomando e intelligenza autonoma

Il regolamento, quest’anno, ha introdotto una complessità tecnica che spiega bene la differenza tra i tempi rilevati sul nastro e la classifica ufficiale, una distinzione che qualcuno, a caldo, potrebbe trovare sottile ma che gli ingegneri definiscono cruciale. Per incentivare lo sviluppo della vera mobilità autonoma – quella che un domani potrebbe servire in fabbrica o in un ospedale – la giuria ha deciso di applicare un coefficiente correttivo di 1,2 per i robot guidati a distanza tramite telecomando. Ed ecco il paradosso di questa edizione 2026: l’esemplare più rapido in assoluto, il già citato “Shandian” di Honor, ha corso i 21 chilometri in soli 48 minuti e 19 secondi, ma essendo controllato da remoto il suo tempo finale in classifica è stato declassato, lasciando così il primo gradino del podio al Qitian Dasheng, che invece ha gareggiato in navigazione totalmente autonoma. Quasi la metà delle centinaia di squadre iscritte (provenienti anche da Germania, Francia e Brasile) ha scelto la sfida dell’autonomia, un dato che segna una netta inversione di tendenza rispetto all’anno precedente.

Cadute, barelle e lo spettacolo della vulnerabilità tecnologica

Nonostante i progressi esponenziali – basti pensare che dodici mesi fa la maggior parte dei robot non riusciva nemmeno a tagliare il traguardo – la giornata non è stata priva di momenti di alta tensione, a testimonianza di quanto sia ancora complesso bilanciare potenza e stabilità su due gambe meccaniche. Vari androidi, spinti forse al limite dalla velocità sostenuta, hanno ceduto lungo il percorso: alcuni hanno iniziato a tremare violentemente, manifestando quella che i cronisti presenti hanno definito una sorta di “convulsione tecnica”, per poi accasciarsi inesorabilmente a terra. Per questi concorrenti sfortunati, letteralmente “messi k.o.” dalla fatica della corsa, non c’è stata altra soluzione che essere caricati su vere e proprie barelle dal personale di servizio e rimossi dalla pista, mentre gli atleti umani – che correvano sulla corsia accanto – filmavano divertiti la scena con i propri smartphone, quasi fossero turisti in un parco a tema della tecnologia.

Dall’esperimento sportivo alla sfida industriale

La “Beijing E-Town Humanoid Robot Half-Marathon” si conferma quindi molto più di una semplice trovata pubblicitaria o di una gara di contorno: è un banco di prova spietato per batterie, motori, algoritmi di bilanciamento e sistemi di raffreddamento. Gli ingegneri del team vincitore hanno rivelato, quasi a giustificazione delle cadute, che i loro robot sono dotati di gambe da 90-95 centimetri che imitano l’anatomia dei velocisti e di sistemi di raffreddamento a liquido mutuati dalla tecnologia degli smartphone. Correre più veloci, in questo contesto, non è solo una questione di record, ma una necessità per trasferire queste competenze – una volta messe a punto – dai laboratori alle catene di montaggio e ai servizi alla persona. Con oltre 330 modelli presentati solo nell’ultimo anno da più di 140 aziende locali, la Cina sembra aver trasformato una maratona dal sapore quasi carnevalesco nel motore perfetto per la sua corsa all’innovazione manifatturiera.

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