Guerra in Ucraina, al via il quinto anno tra reciproche accuse e dichiarazioni al vetriolo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nessuna tregua verbale, nessun cedimento retorico. Il quarto anniversario dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina è stato celebrato, se così si può dire, con il solito copione fatto di dichiarazioni pesanti e scambi di accuse tra Mosca e Kiev. Chiunque avesse riposto qualche speranza in un messaggio di distensione, in un ammorbidimento dei toni che potesse preludere a un dialogo, è rimasto con l’amaro in bocca. Il conflitto, che oggi segna l’ingresso nel suo quinto anno, sembra più lontano che mai da una soluzione negoziale, e le parole dei due leader ne sono la più plastica rappresentazione.

Volodymyr Zelensky, in un’intervista rilasciata in occasione di questa triste ricorrenza, ha voluto mostrare con orgoglio i luoghi simbolo della resistenza, ripercorrendo i corridoi del bunker sotterraneo di Kiev, un rifugio risalente all’epoca sovietica che nei primi, drammatici giorni dell’offensiva aveva ospitato il governo e lo stato maggiore. Nel raccontare quei momenti, il presidente ucraino ha ripetuto la frase che gli è stata attribuita in quel frangente e che è poi diventata un emblema della determinazione del paese, quella con cui rispose all’offerta di lasciare Kiev al sicuro: non mi serve un passaggio, mi servono munizioni. Era il febbraio del 2022, e i convoglio russi avanzavano verso la capitale. Oggi, con il senno di poi e la controffensiva che ha liberato ampie porzioni di territorio, Zelensky ha ripercorso quelle ore buie con un sorriso che sembrava quasi di sollievo, quasi si trattasse di un incubo da cui ci si è finalmente svegliati.

Dall’altra parte, il fronte russo prova a fare i conti con una guerra che non è andata secondo i piani. Lo stesso portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha dovuto ammettere che gli obiettivi iniziali dell’“operazione militare speciale” non sono stati ancora raggiunti, una dichiarazione che suona come una resa dei conti con la realtà dopo le fallimentari avanzate delle prime settimane. Quella che doveva essere una campagna lampo, destinata a concludersi in pochi giorni con la caduta di Kiev e il cambio di governo, si è trasformata in una logorante guerra di posizione, un pantano in cui l’esercito russo ha lasciato, secondo le stime della Bbc, circa duecentomila uomini. E mentre Putin, forte anche del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, continua a rimarcare la legittimità delle sue richieste, Zelensky rilancia con la proposta di colpire le esportazioni di petrolio russo, convinto che fermare i flussi energetici sia la leva giusta per piegare definitivamente Mosca.

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