Ucraina, la tregua di Pasqua è già storia: tra reciproche accuse e raid notturni con 98 droni
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Redazione Esteri
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Si è chiusa nella notte, senza troppi indugi e con il fragore dei motori degli Shahed a fare da colonna sonora, la breve pausa umanitaria che avrebbe dovuto accompagnare la Pasqua ortodossa. La tregua, della durata complessiva di 32 ore (dalle 16 di sabato alla mezzanotte di domenica, ora locale), è formalmente terminata e con essa è subito ripresa, a ritmo serrato, la guerra dei droni tra Mosca e Kiev. Come spesso accade in questi frangenti, il cessate il fuoco – che sulla carta rappresentava un atto di distensione – si è trasformato in un ring verbale, con le due capitali che si sono scambiate accuse reciproche di aver trasformato la sospensione delle ostilità in una mera illusione.
Se da un lato il ministero della Difesa russo ha parlato di quasi duemila violazioni (1.971, per la precisione) da parte ucraina, dall’altro lo Stato Maggiore di Kiev ha diffuso un bollettino di guerra ben più dettagliato nei confronti del Cremlino. Secondo i conteggi forniti dai vertici militari di Volodymyr Zelensky, le infrazioni commesse dalle truppe di Mosca avrebbero addirittura raggiunto quota 2.299. Tra queste, non si contano solo sporadici colpi di artiglieria, ma un utilizzo massiccio e sistematico della tecnologia: sarebbero stati 28 gli assalti diretti, 479 i bombardamenti di artiglieria e oltre mille gli attacchi condotti tramite droni, suddivisi tra i micidiali Fpv (First Person View) e i più sofisticati Lancet.
L’assalto notturno di Mosca e le difese di Kiev
Con la scadenza della tregua, la situazione sul terreno non è semplicemente tornata alla normalità; è piuttosto esplosa con una ferocia immediata, come se la pausa avesse solo compresso l’energia bellica. La conferma più lampante arriva dai cieli ucraini durante le ore notturne che hanno seguito la fine della pausa pasquale. L’aeronautica militare di Kiev ha denunciato un lancio massiccio di velivoli senza pilota da parte della Federazione Russa, quantificandolo in 98 droni lanciati contro obiettivi civili e infrastrutturali disseminati nel paese.
È interessante notare come, nonostante la mole dell’attacco, le difese aeree ucraine dimostrino ancora una certa efficacia operativa. Gli stessi rapporti ufficiali, incrociando i dati forniti dal Sole 24 Ore e dalle agenzie internazionali, confermano che ben 87 di questi droni sono stati intercettati e distrutti prima di raggiungere i loro bersagli. Un numero, questo, che indica un tasso di abbattimento di tutto rispetto, ma che lascia comunque intendere che una decina di ordigni – una quantità non trascurabile – abbiano comunque superato lo scudo antiaereo, seminando danni e tensione sul territorio.
Zelensky a Roma: l’incontro a Palazzo Chigi
Mentre la linea del fronte torna a tremare sotto i colpi dei kamikaze, la diplomazia italiana si prepara a un nuovo, atteso faccia a faccia. A confermare le indiscrezioni delle scorse ore, arriva la notizia dell’agenda governativa: Volodymyr Zelensky tornerà nella capitale. Il presidente ucraino è atteso a Roma mercoledì, dove nel pomeriggio (alle 15:30 per l’esattezza) siederà al tavolo delle discussioni con la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, nella sede di Palazzo Chigi.
L’incontro, che si preannuncia cruciale nel contesto di una guerra ormai logorante, arriva in un momento di profonda incertezza strategica. Con gli Stati Uniti impegnati su più fronti – e con Donald Trump insediato da oltre un anno alla Casa Bianca, fatto questo che ormai rappresenta lo scenario geopolitico di default piuttosto che una variabile eccezionale – l’Europa cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano nel sostegno a Kiev. Per l’Italia, che ha sempre bilanciato l’appoggio militare con la spinta a una soluzione diplomatica, questa visita rappresenta l’occasione per fare il punto sugli aiuti e, verosimilmente, per ascoltare di prima mano la versione di Zelensky riguardo al fallimento dell’ultima tregua umanitaria.
Il bilancio di una tregua mai davvero iniziata
Se si guarda ai numeri diffusi nei minuti immediatamente precedenti la fine della tregua, viene spontaneo chiedersi se un cessate il fuoco sia mai esistito, almeno sulla linea del fronte. Le cifre fornite dai due schieramenti, seppure divergenti nella responsabilità, raccontano la stessa identica storia: una sostanziale inutilità della pausa. Kiev ha accusato i russi di aver lanciato operazioni di assalto e raid con droni per tutta la durata della domenica di Pasqua, mentre Mosca ha risposto per le rime, sostenendo che le provocazioni provenissero dalle postazioni ucraine.
Il risultato è che le 32 ore di “silencio” si sono trasformate in una sorta di guerra per procura mediatica, un esercizio di stile in cui ciascuna parte ha cercato di accreditarsi come la più fedele ai principi umanitari. Al di là della propaganda, però, resta il dato sostanziale: non appena il cronometro è scattato verso la fine, la macchina bellica si è rimessa in moto a pieno regime, con il lanio di oltre cento droni (98 quelli conteggiati solo nella prima ondata ucraina) a dimostrare che la pace, in questa fase, è ancora un’illusione lontana anni luce dalle trincee del Donbass.




