Canzonissima, il ritorno che sa di déjà-vu e la tv che si accontenta delle cover

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il meccanismo, a ben guardare, è tanto semplice quanto disarmante: si riuniscono artisti di valore, spesso anche molto diversi tra loro, e li si invita a pescare a mani basse nel repertorio di decenni fa. «Città vuota» di Mina, «Bella vera» degli 883, «Lontano dagli occhi» di Sergio Endrigo, «Pregherò» di Adriano Celentano: una playlist che, per quanto ricca di emoziOni, si compila da sola, con lo stesso sforzo creativo richiesto per sintonizzarsi su una stazione radiofonica tematica. La nuova trasmissione di Milly Carlucci, andata in onda su Rai1 con il titolo storico di Canzonissima, ha infatti scelto la strada più comoda, quella che porta dritti al cuore del pubblico senza passare dal rischio dell’originalità. Più onestamente, vista l’impalcatura, avrebbe potuto chiamarsi Nostalgissima o, azzardando un neologismo forse più calzante, Coverissima.

Non occorre un genio della televisione, in effetti, per mettere insieme un gruppo di cantanti e chiedere loro di riproporre brani celebri del passato; l’operazione, in questo senso, è riuscita fin troppo bene, se l’obiettivo era quello di azzerare qualsiasi tensione narrativa. La domanda, dopo aver visto il debutto di questo varietà, è un’altra: perché, in un sabato sera di marzo, si è scelto di offrire al pubblico uno spettacolo che sembra concepito per rassicurare più che per sorprendere? A differenza del programma originale, che per anni ha appassionato milioni di telespettatori dell’allora Programma Nazionale con la formula della gara tra cantanti, questo nuovo format non prevede alcuna competizione diretta fra gli interpreti. A essere giudicate, nelle intenzioni, sono le canzoni che gli artisti hanno scelto — brani legati a un valore particolare nella loro vita —, quasi che il titolo di “Canzonissima 2026” dovesse premiare il ricordo più che l’esecuzione.

L’abito, la clessidra e la regina di cuori: il peso di una messinscena

A sollevare qualche interrogativo, al di là del meccanismo a premi, è stato anche l’aspetto visivo, che ha oscillato tra citazioni volutamente iperboliche e scelte di costume difficili da decifrare. Perché la conduttrice abbia indossato quell’abito bicolore bianco e nero, ispirato alla regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie ma anche un po’ a una clessidra, è un dettaglio che dice molto dell’impianto retorico del programma: un tentativo di nobilitare il déjà-vu con un’estetica da cartolina, che però non ha saputo restituire lo slancio del varietà storico. E ancora, perché i ballerini della sigla fossero vestiti metà da saloon western e metà da circo, con quella mescolanza di stili che sembra voler dire tutto e il contrario di tutto, è rimasto un enigma che la diretta non ha avuto il coraggio di sciogliere.

Lo spettatore, in fondo, si trova di fronte a un paradosso: da una parte l’apparato scenico, curato nei minimi dettagli per evocare un’idea di spettacolo totale, dall’altra una sostanza musicale che procede per sottrazione, limitandosi a riproporre ciò che già si conosce. Canzonissima, in questa veste, alza il sipario tra amarcord e carrambate, ma lo show del passato era un’altra cosa: era un laboratorio di tendenze, un termometro sociale, una macchina capace di lanciare canzoni e farne dei fenomeni collettivi. Qui, invece, il meccanismo è rovesciato: sono le canzoni ad avere già vinto la loro battaglia, e agli interpreti — nomi del calibro di Riccardo Cocciante, Arisa, Elio e le Storie Tese, Elettra Lamborghini, Enrico Ruggeri, Fausto Leali, Fabrizio Moro, Irene Grandi, Jalisse, Leo Gassmann, Malika Ayane, Michele Bravi, Paolo Jannacci e Vittorio Grigolo — non resta che mettersi a disposizione di un tributo annunciato.

La diretta dall’Auditorium e l’assenza di una posta in gioco

In onda da sabato 21 marzo per sei settimane, in diretta dall’Auditorium Rai del Foro Italico, il programma ha puntato tutto sulla qualità tecnica delle esecuzioni e sulla capacità di suscitare commozione. È il caso di Michele Bravi, capace di strappare applausi a scena aperta fino a far piangere una parte consistente del pubblico, come se il giudizio finale fosse diventato secondario rispetto alla pura performance emotiva. Ma è proprio questa la questione: quando la gara viene rimossa, quando non c’è una posta in gioco reale, quando gli artisti non competono fra loro ma si limitano a omaggiare le proprie personali playlist affettive, che cosa resta del format?

Le cosiddette standing ovation, ormai, si susseguono con una frequenza tale da aver perso gran parte del loro significato, trasformandosi in un automatismo di cortesia più che in un indicatore di gradimento autentico. La scelta della Rai, in questo caso, è stata quella di proteggersi dietro un titolo storico — un brand che pesa come un macigno nella memoria collettiva — per riempire il sabato sera con un prodotto confezionato con cura ma privo di quella tensione drammaturgica che un varietà, per funzionare, dovrebbe possedere. La differenza, rispetto al passato, sta proprio qui: una volta Canzonissima era una corsa a ostacoli, un campionato di popolarità; oggi è un museo itinerante in cui le canzoni vengono esposte come reperti, e gli artisti si fanno ciceroni di se stessi.

Un formato che si interroga (troppo) sul proprio passato

Tante, inevitabilmente, le domande dopo aver visto la prima puntata, e molte di esse restano senza una risposta perché il programma stesso sembra non averle previste. Perché, ad esempio, scegliere un titolo così carico di significato — Canzonissima — per un’operazione che rinuncia deliberatamente alla competizione, che era il cuore pulsante dell’originale? È una scelta di marketing o c’è la convinzione che il pubblico di oggi non abbia più bisogno dello stimolo della sfida per appassionarsi a uno show musicale? La presenza in scaletta di artisti che hanno segnato epoche diverse della musica italiana, dai Jalisse a Fausto Leali fino a Elettra Lamborghini, racconta semmai l’intenzione di coprire un arco generazionale ampio, ma lo fa con un approccio da antologia, non da talent show.

L’impressione, ascoltando l’esecuzione di «Lontano dagli occhi» o di «Pregherò», è che la macchina organizzativa abbia funzionato alla perfezione, ma che qualcosa si sia perso per strada: l’imprevisto, la possibilità di scoprire un brano nuovo, l’alchimia imprevedibile che nasceva dallo scontro tra interpreti diversi. Milly Carlucci, in questo contesto, ha assunto il ruolo di una cerimoniere impeccabile, ma forse troppo ingessata per dare quella scossa che il format richiederebbe. Il risultato, alla fine, è un prodotto lucido, elegante, ben eseguito, ma che tradisce la promessa implicita nel suo stesso nome: quella di essere il varietà di tutti, quello che faceva storia. Invece, per il momento, è soltanto una storia già sentita.

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