La Cina e le sanzioni Usa contro l'Iran: un "no" che nasconde una partita complessa
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Redazione Esteri
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La condanna, per quanto netta e ripetuta, suona quasi come un atto dovuto, una posizione di bandiera che Pechino non poteva certo evitare di sventolare di fronte a un nuovo giro di vite economico deciso da Washington ai danni di Teheran. Eppure, a guardare con attenzione le mosse della Cina, ci si accorge che il "no" alle sanzioni americane, pur essendo solenne, si accompagna a una strategia sul campo assai più pragmatica, quasi cinica, che parla di interessi nazionali prima ancora che di solidarietà tra "paria" internazionali.
Le dichiarazioni di fuoco del segretario al Tesoro Scott Bessent, che lunedì ha annunciato l'operazione "Economic Outcast", e il monito del presidente Trump contro eventuali mine nello Stretto di Hormuz sono certamente pietre nello stagno delle relazioni globali, ma è il cortocircuito tra la retorica e la realtà degli scambi commerciali a raccontare la vera partita, quella che si gioca tra i bisogni energetici della seconda economia mondiale e la necessità di non rompere del tutto gli argini con l'amministrazione americana.
La condanna di Pechino: un principio o una copertura?
La posizione espressa dalla Cina non lascia spazio a fraintendimenti: le sanzioni statunitensi contro l'Iran sono state definite "illegali", un atto unilaterale che viola il diritto internazionale e che, di fatto, interferisce con gli scambi commerciali legittimi tra nazioni sovrane. Un'affermazione che, sulla carta, allinea Pechino a Mosca e ad altri attori che contestano l'egemonia del dollaro e la pretesa americana di agire come "poliziotto del mondo". Tuttavia, questa fermezza verbale stride con la realtà dei numeri e delle scelte concrete.
La Cina, pur essendo il principale acquirente di greggio iraniano, ha infatti ridotto progressivamente i propri acquisti negli ultimi mesi, una flessione che non è certo passata inosservata e che parla di una cautela che mal si concilia con la spavalderia delle dichiarazioni ufficiali.
La ragione di questo apparente paradosso va cercata nella volontà di Pechino di non inasprire ulteriormente i rapporti con Washington, già tesissimi su altri fronti come il commercio, la tecnologia e il dossier Taiwan, e di non mettere a repentaglio il fragile equilibrio raggiunto nei negoziati commerciali con l'ex presidente e ora nuovamente presidente Trump, che da più di un anno siede alla Casa Bianca e la cui amministrazione non mostra segni di cedimento sulla linea dura.
Interessi nazionali e calcoli geopolitici: la Cina si tiene stretta il greggio (ma non solo)
La strategia cinese, del resto, non è nuova e risponde a una logica che potremmo definire di "realismo economico". Pechino ha bisogno del greggio iraniano, che acquista a prezzi scontati grazie all'embargo, e vede in Teheran un partner privilegiato per il progetto delle Nuove Vie della Seta, un'occasione per estendere la propria influenza in una regione, il Medio Oriente, che resta cruciale per la sicurezza energetica globale.
Allo stesso tempo, però, la Cina non può e non vuole isolarsi completamente dal sistema finanziario internazionale, dominato dal dollaro, e cerca quindi di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento, guardando con interesse anche a fornitori alternativi come la Russia, l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo, per non mettere tutte le uova in un solo paniere, specie quando quel paniere è oggetto di una pressione crescente da parte degli Stati Uniti.
Non è un caso, perciò, che la condanna formale alle sanzioni si accompagni a una gestione oculata e flessibile degli acquisti, in modo da non innescare una crisi diplomatica che potrebbe rivelarsi più costosa dei benefici derivanti dal petrolio a buon mercato, e per questo motivo le importazioni di greggio iraniano sono state calibrate con estrema attenzione nell'ultimo periodo, seguendo un andamento altalenante che tiene conto delle umane relazioni tra i due colossi.
Trump e lo Stretto di Hormuz: un monito che coinvolge tutti
L'ammonimento lanciato da Trump, che ha minacciato la distruzione "immediata e sistematica" di qualsiasi nave o imbarcazione che tenti di posizionare nuove mine nello Stretto di Hormuz, non è una semplice sfida a Teheran, ma un messaggio chiaro a tutte le potenze che operano nella zona, a cominciare proprio dalla Cina.
Lo Stretto è infatti il punto di transito per un terzo del petrolio mondiale via mare, e la sua eventuale chiusura o messa in pericolo rappresenterebbe uno choc per l'economia globale, colpendo in modo particolare i paesi asiatici come Cina e Giappone, fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio.
La Casa Bianca, con questa mossa, sembra voler alzare la posta in gioco e mettere Pechino di fronte a una scelta sempre più netta: stare con Washington o con Teheran, sapendo che la seconda opzione potrebbe comportare costi economici e politici sempre più elevati e che la minaccia di ritorsioni commerciali, o peggio di un blocco navale, è un'eventualità che la Cina non può permettersi di ignorare.
Ecco allora che il discorso del leader Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, che proprio in quei giorni annunciava nuove azioni contro l'Arabia Saudita, si inserisce in un quadro di tensione regionale che rischia di degenerare e di coinvolgere tutti gli attori in campo, con la Cina che si trova a dover gestire un conflitto di interessi che diventa sempre più difficile da conciliare con la propria retorica anti-americana.
Transizione energetica e negoziati: il doppio binario di Pechino
Sullo sfondo, poi, c'è anche la grande partita della transizione energetica, che potrebbe rappresentare una via d'uscita per la Cina, riducendone la dipendenza dal petrolio mediorientale nel lungo periodo.
Ma nel breve termine, il greggio resta una risorsa strategica fondamentale, e la partita si gioca su un doppio binario: da un lato, Pechino cerca di accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici per diminuire la propria vulnerabilità; dall'altro, continua a negoziare con l'amministrazione Trump, sperando di trovare un punto di compromesso che scongiuri una nuova guerra commerciale o un conflitto aperto che nessuno dei due vuole veramente, ma che l'escalation di minacce potrebbe rendere inevitabile.
In questo contesto, la difesa della cooperazione energetica con l'Iran, sebbene presentata come un principio di diritto internazionale, assume i contorni di una clausola di salvaguardia, un modo per tenersi aperta una porta che potrebbe rivelarsi utile in futuro, mentre nel presente si cerca di non inciampare in un confronto diretto con gli Stati Uniti, consapevoli che la posta in gioco è troppo alta per giocarsi tutto sulla difesa di una sola pedina, per quanto importante essa sia nel grande scacchiere della politica globale.
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