Crans-Montana, le giovani vittime italo-svizzere e il muro dei controlli mancati
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Redazione Interno
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Le fiamme che hanno inghiottito il bar Le Constellation nella notte di Capodanno, spegnendo quaranta esistenze e segnandone profondamente altre centosedici, hanno portato via con sé, tra le altre, anche Alicia e Diana Gunst. Le due sorelle, quattordici e quindici anni, studentesse a Losanna, rappresentano le vittime più giovani di una strage che continua a interrogare con forza le coscienze. Avevano deciso di festeggiare l’anno nuovo con gli amici in quel locale affollato, situato nel cuore della rinomata stazione sciistica di Crans-Montana, in Svizzera. La loro storia personale, che attraverso il nonno paterno le legava all’Italia conferendo loro la doppia cittadinanza, ha aggiunto un tassello di profondo dolore al già grave bilancio della tragedia per il nostro paese, di cui hanno assunto simbolicamente i volti più giovani e indifesi.
Il peso delle responsabilità amministrative
Mentre le prime cinque salme di vittime italiane hanno fatto ritorno in patria e il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha annunciato la sua visita in Svizzera, l’attenzione dell’inchiesta giudiziaria e dell’opinione pubblica si è spostata con crudele precisione sulle dinamiche che hanno reso possibile il disastro. La tradizionale immagine della Svizzera come nazione delle regole ferree, dei controlli meticolosi e di una sicurezza quasi maniacale si è frantumata contro la realtà dei fatti emersi. La municipalità di Crans-Montana, in un comunicato rilasciato a pochi giorni dalla sciagura, ha infatti dovuto ammettere l’esistenza di “gravi mancanze” nel sistema dei controlli periodici, riconoscendo che sul locale Le Constellation non risultava essere stato effettuato alcun controllo di sicurezza antincendio per l’intero arco temporale che va dal 2020 al 2025. Una omissione durata anni, nonostante nel solo 2025 nel cantone Vallese ne siano stati compiuti oltre quattordicimila.
L’interrogativo sulla distribuzione dei compiti
Proprio l’assetto normativo del cantone, che affida la responsabilità delle ispezioni antincendio nei locali pubblici direttamente ai Comuni, solleva ora interrogativi pressanti sulla effettiva capacità operativa degli enti locali, specialmente quelli di piccole dimensioni. Come può un Comune montano, per quanto inserito in un contesto turistico internazionale, disporre delle risorse tecniche, dello staff specializzato e degli strumenti adeguati per portare avanti verifiche così delicate e specifiche? È questo il nodo cruciale che emerge con forza dalle ceneri della tragedia: la discrepanza tra un obbligo di legge di altissima responsabilità e la concreta possibilità di adempierlo in modo sistematico ed efficace da parte di amministrazioni con strutture necessariamente più limitate.
La ricerca dei nessi causali nella tragedia
L’indagine, che procede su più fronti, non si limita dunque alla ricostruzione dinamica dell’incendio e alle sue cause tecniche immediate, ma si allarga esaminando ogni anello della catena che ha condotto alla strage. Si tratta di accertare, come è stato sottolineato, “chi ha concorso a questo concatenamento di fatti” che ha trasformato una serata di festa in una trappola mortale. La mancanza del controllo periodico, unita ad altre eventuali negligenze nella gestione del locale o nel rispetto delle norme edilizie, disegna il perimetro di una tragedia che, alla luce dei primi elementi, appare profondamente evitabile. Ogni tassello che verrà aggiunto servirà a comprendere come un sistema ritenuto solido abbia potuto generare un simile vuoto di vigilanza, lasciando che il rischio crescesse in silenzio fino alla notte in cui tutto è esploso.




