Leonardo Maria Del Vecchio attacca Delfin: il cda si è spaccato sul riassetto delle quote. Resa dei conti il 30 giugno

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nuova e clamorosa svolta nello scontro per il controllo di Delfin.

A poco più di una settimana dall'assemblea del 30 giugno, Leonardo Maria Del Vecchio rompe il silenzio con una lunga lettera pubblicata online venerdì 19 da QN, il giornale nel quale è appena diventato editore, e porta allo scoperto una nuova tensione che nelle ultime settimane riguarda sempre la holding della famiglia Del Vecchio ma ora fra lui e il consiglio di amministrazione composto da Francesco Milleri (presidente), Romolo Bardin (ceo), Mario Notari, Giovanni Giallombardo e Aloyse May.

L'affondo sulla governance e la spaccatura interna

L'imprenditore pubblica una lettera aperta sul Quotidiano Nazionale, di cui è proprietario, affermando di essere ancora disponibile a concludere l'operazione per il riassetto della holding ma puntando all'assemblea del 30 giugno per ottenere "chiarezza" al board. "All'assemblea di Delfin non mi presenterò per dichiarare una rinuncia, né per raccontare un ripensamento. La mia disponibilità a completare l'operazione rimane, purché vengano ripristinate chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria".

Del Vecchio rivendica di essersi esposto personalmente per dare una soluzione a un assetto proprietario rimasto sostanzialmente immutato dalla scomparsa del padre: "Ero disposto a diventare il primo azionista di Delfin con un ruolo chiaro, assumendomi un debito molto rilevante, per dare alla holding ciò che le mancava da quattro anni: una governance stabile, una direzione, un punto di riferimento". Nella ricostruzione dell'imprenditore, il progetto sembrava aver ottenuto il sostegno necessario da Delfin. "Quella parola sembrava essere stata raccolta. pensavo che stessimo andando nella stessa direzione: il 27 aprile sei soci su otto avevano approvato il trasferimento delle quote, sette la nuova politica dei dividendi". Il giorno dopo, davanti all'assemblea di EssilorLuxottica, Francesco Milleri disse: "Semplificare è sempre una cosa buona" — richiamando l'insegnamento di mio padre. Era esattamente ciò che speravo di sentire. Poi qualcosa si è complicato.

Il nodo del finanziamento e il risiko bancario

Il finanziamento necessario per completare l'operazione, che avrebbe consentito a Leonardo Maria Del Vecchio di rilevare le quote dei fratelli Luca e Paola diventando il primo socio della holding con il 37,5%, si è arenato durante il risiko bancario italiano. "Il finanziamento è finito nel pieno del risiko bancario italiano, in un momento in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi, a seconda del tavolo, finanziatori, partecipate, controparti, potenziali acquirenti".

Le banche hanno iniziato a chiedere, legittimamente, maggiore certezza sui dividendi, sulla stabilità del capitale, sul futuro di Delfin. "Lo capivo e lo accettavo. Ma è qui che la questione ha smesso di essere finanziaria ed è diventata un tema di governance". Secondo quanto ricostruito, a schierarsi contro la richiesta di maggiore flessibilità da chiedere alle banche sarebbero stati Romolo Bardin, Mario Notari, Aloyse May e Giovanni Giallombardo; solo Milleri era d'accordo.

Le accuse al Consiglio di amministrazione

"Se le banche sollecitavano un impegno più forte da parte di Delfin, il board aveva il diritto e il dovere di rivalutarne i rischi. Ciò avrebbe però richiesto una posizione chiara, unitaria, trasparente: quali condizioni erano cambiate, quale rischio era emerso, quale maggioranza fosse realmente necessaria. Non è andata così". "Il consiglio non si è allineato. Alcuni componenti erano disponibili a procedere, altri no. Un parere legale è stato predisposto su presupposti contestati anche all'interno del Board stesso. informazioni rilevanti sono arrivate ad alcuni soci prima che ad altri. Nessuno ha assunto fino in fondo la paternità di una decisione. Dopo ogni step, l'asticella si alzava. Ad ogni passaggio, la responsabilità scivolava sempre altrove". Del Vecchio respinge l'idea che il blocco dell'operazione sia nato da una nuova frattura tra gli eredi: "C'è chi ha invocato la litigiosità familiare come spiegazione per lo stallo. Ma quella spiegazione non regge. Luca, Paola ed io avevamo trovato la strada verso un accordo... E invece lo stallo è arrivato da altrove".

La resa dei conti del 30 giugno

Il finale della lettera è una sfida aperta che trasforma l'assemblea in qualcosa di più di una semplice riunione societaria. "Il 30 giugno vorrò capire perché le cautele del board siano emerse soltanto dopo il voto favorevole e dopo dichiarazioni pubbliche che descrivevano il riassetto come un elemento di stabilità. Vorrò capire perché, nel momento in cui si poteva finalmente voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro". "Il 30 giugno non riguarderà i dividendi, il bilancio o il closing con Luca e Paola. non riguarderà un'operazione votata, sostenuta pubblicamente, negoziata con le banche, e poi progressivamente svuotata. Il 30 giugno si affronterà qualcosa di più profondo: la natura stessa e il futuro di Delfin". Parole che certificano come lo scontro sul riassetto della holding sia ormai diventato un confronto sul modello di governance della cassaforte degli eredi Del Vecchio e sugli equilibri che ne guideranno il futuro.

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