Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio rompe il silenzio: «Il riassetto era pronto, il board ora faccia chiarezza»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è una resa. E nemmeno un passo indietro. Leonardo Maria Del Vecchio sceglie di rompere il silenzio sul riassetto di Delfin e, a dieci giorni dall'assemblea del 30 giugno, lancia un messaggio al board della holding di famiglia.

In una lunga lettera pubblicata dal Quotidiano Nazionale, l'imprenditore annuncia l'intenzione di presentarsi all'assemblea per chiedere conto, in particolare, dello stallo che ha bloccato l'operazione con cui puntava a diventare il primo socio della cassaforte di famiglia, la Delfin, che controlla il 32,4% di EssilorLuxottica e detiene partecipazioni strategiche in Generali, Mps e UniCredit.

«Il centro di tutto, per me, è sempre stato il rispetto della parola data, e su quella ho costruito questa operazione», scrive Del Vecchio, specificando di essere stato «disposto a diventare il primo azionista di Delfin con un ruolo chiaro, assumendomi un debito molto rilevante, per dare alla holding ciò che le mancava da quattro anni: una governance stabile, una direzione, un punto di riferimento».

L'intesa sfumata e il peso del risiko bancario

L'operazione, che prevedeva un maxi-finanziamento da circa 10 miliardi di euro per rilevare il 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio, portando la sua quota personale al 37,5%, sembrava ormai in dirittura d'arrivo lo scorso aprile.

Del Vecchio ricorda che il 27 aprile sei soci su otto avevano approvato il trasferimento delle quote e sette avevano votato la nuova politica dei dividendi; il giorno dopo, davanti all'assemblea di EssilorLuxottica, lo stesso amministratore delegato Francesco Milleri aveva commentato: «Semplificare è sempre una cosa buona», un endorsement che sembrava suggellare l'accordo.

Tuttavia, il finanziamento si è inserito nel pieno del risiko bancario italiano, un contesto in cui le stesse controparti si ritrovavano coinvolte su più tavoli come finanziatori o potenziali acquirenti, complicando la valutazione del rischio da parte degli istituti di credito.

L'accusa al consiglio di amministrazione

Secondo la ricostruzione fornita da Leonardo Maria Del Vecchio nella sua lettera, il punto di rottura si è consumato quando la richiesta di maggiori garanzie da parte delle banche si è trasformata in una questione di governance interna. «Il consiglio non si è allineato», scrive l'imprenditore, accusando il board di non aver assunto una posizione chiara e unitaria: «Alcuni componenti erano disponibili a procedere, altri no. Un parere legale è stato predisposto su presupposti contestati anche all'interno del Board stesso. informazioni rilevanti sono arrivate ad alcuni soci prima che ad altri». Secondo quanto riportato da alcuni organi di stampa, a schierarsi contro la richiesta di maggiore flessibilità da chiedere alle banche sarebbero stati quattro membri del consiglio su cinque, tra cui il gérant Mario Notari, mentre solo Milleri si sarebbe detto d'accordo. La frattura nel board e i contenziosi legali, che si sovrappongono alle decisioni di governance, hanno di fatto paralizzato il processo di ristrutturazione della holding.

La soluzione alternativa e la sfida del 30 giugno

Di fronte all'impasse, Del Vecchio respinge la tesi secondo cui lo stallo sarebbe riconducibile alla litigiosità familiare. «Luca, Paola ed io avevamo trovato la strada verso un accordo», sottolinea, ribadendo che il vero ostacolo è arrivato da altrove. L'imprenditore propone una chiave di lettura alternativa della vicenda: se il timore del consiglio era che egli potesse concentrare troppo potere, esisteva una soluzione diversa. «Delfin avrebbe potuto comprare direttamente le quote di Luca e Paola. Detenerle, ridistribuirle, inserirle in un progetto più ampio. sarebbe stata la risposta più coerente alla tesi secondo cui il problema non erano le quote in uscita, ma il soggetto che le avrebbe acquistate». Alla vigilia dell'assemblea del 30 giugno, l'erede del fondatore ha quindi chiarito che non si tratta di una rinuncia: la sua disponibilità a completare l'operazione rimane, ma a condizione che vengano ripristinate «chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria».

L'assemblea, conclude Del Vecchio, non riguarderà un semplice bilancio o un closing, ma affronterà la «natura stessa e il futuro di Delfin», trasformando la riunione in un momento decisivo per gli equilibri della cassaforte di famiglia.

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