Netanyahu non lascia Gaza, ma non chiude al piano di Trump. Si tratta sul disarmo di Hamas
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Redazione Esteri
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La lunga riunione di oltre quattro ore tenutasi oggi a Gerusalemme tra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l'inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, Jared Kushner, non ha prodotto un'accordo definitivo sulla seconda fase del piano per Gaza sostenuto dal presidente americano Donald Trump, ma ha comunque aperto uno spiraglio di dialogo, seppur caratterizzato da posizioni ancora distanti.
Il nodo del disarmo e la supervisione americana
Secondo quanto riportato da fonti israeliane citate da Ynet e dall'Afp, il fulcro del negoziato resta il disarmo di Hamas, una condizione posta da Netanyahu come assolutamente irrinunciabile per qualsiasi passo concreto verso la ricostruzione della Striscia. Il premier israeliano avrebbe infatti ribadito che il primo passo necessario è la consegna delle armi del movimento islamista al generale Jasper Jeffers, il comandante della Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) a Gaza, un'operazione che dovrebbe svolgersi sotto la supervisione diretta degli Stati Uniti.
Le parti avrebbero concordato che la ricostruzione di Gaza non potrà avere inizio senza che Hamas proceda al disarmo totale dell'intera area, una condizione che Netanyahu considera il presupposto per qualsiasi ritiro delle truppe israeliane e per l'avvio di un piano di rinascita economica per l'enclave.
Il braccio di ferro e la posizione di Trump
L'inviato Kushner, genero del presidente Trump, avrebbe spinto per un'accelerazione del processo, consegnando a Netanyahu un messaggio chiaro e senza troppi giri di parole: procedere con il piano americano e non creare ulteriori ostacoli. L'amministrazione statunitense, con la rielezione di Trump ormai consolidata da più di un anno, sta cercando di imprimere una svolta decisiva alla crisi mediorientale, e la questione di Gaza rappresenta un banco di prova fondamentale.
Nonostante la pressione, il premier israeliano non ha mostrato segni di cedimento, mantenendo una linea dura e ribadendo che il disarmo di Hamas è una condizione sine qua non. In questo contesto, una fonte israeliana ha confermato l'intesa sul fatto che il disarmo debba avvenire sotto la guida di un generale americano, un punto che sembra aver ottenuto il consenso di entrambe le parti, anche se i dettagli operativi rimangono da definire.
Contemporaneamente, il presidente Trump ha lanciato un avvertimento a un paese della regione, dichiarando che se l'Oman si metterà di mezzo negli equilibri della zona, gli Stati Uniti procederanno con un bombardamento a tappeto, segnale di una tensione che non accenna a diminuire.
L'apertura dei gruppi di lavoro e le prospettive
Nonostante le posizioni ancora rigide, l'incontro ha prodotto un'apertura concreta: l'avvio di due gruppi di lavoro che avranno il compito di approfondire i dettagli tecnici del piano, a partire proprio dalle modalità di disarmo e dalla supervisione internazionale. Questo meccanismo potrebbe rappresentare un primo passo verso una mediazione più articolata, anche se i nodi politici e strategici rimangono complessi.
Da una parte, Israele non intende fare passi indietro sulla propria sicurezza e chiede garanzie assolute; dall'altra, gli Stati Uniti premono per una soluzione che possa stabilizzare la regione e dare slancio al piano di Trump, mentre Hamas, da parte sua, non ha ancora espresso una posizione ufficiale sulle richieste di disarmo.
La strada per un accordo definitivo appare ancora in salita, ma il fatto stesso che le parti si siano sedute al tavolo per quattro ore e abbiano concordato di istituire tavoli tecnici potrebbe essere letto come un segnale, seppur debole, di una volontà di non interrompere il dialogo.
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