Netanyahu dice no al piano Trump per Gaza ma apre al negoziato: "Armi di Hamas via prima del ritiro"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La partita per il futuro della Striscia di Gaza si gioca su un doppio binario, fatto di dichiarazioni pubbliche di chiusura e di canali diplomatici che restano aperti. Da un lato, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito con forza, nel corso della riunione di governo, il suo netto rifiuto del piano in 15 punti proposto dal Board of Peace (BoP), l'ente istituito dall'amministrazione Trump per gestire il cessate il fuoco e il dopoguerra.

Il nodo centrale, come da lui stesso esplicitato, è la tempistica: per Netanyahu, non ci sarà alcun ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) dalla Striscia finché Hamas non sarà completamente e verificabilmente disarmato, in tutte le sue componenti e armamenti. Un concetto, quest'ultimo, che il premier ha ribadito parlando di "armi pesanti, armi leggere, tutte le armi".

Le retrovie del negoziato e la "chance" a Kushner

Parallelamente alle nette dichiarazioni pubbliche, però, filtra un quadro più sfumato dai retroscena diplomatici. Secondo quanto riportato da Axios, Netanyahu avrebbe avuto un colloquio telefonico con Jared Kushner, inviato di Trump e architetto degli accordi di Abramo, promettendogli di dare una "possibilità" al piano americano, nonostante lo scetticismo di fondo.

Una fonte israeliana ha confermato che, al di là della retorica, gli attacchi militari a Gaza sono stati significativamente ridimensionati, con le Idf che si stanno gradualmente ritirando sulla cosiddetta "linea gialla", e che le uccisioni mirate sono state sospese. La Casa Bianca, dal canto suo, non sembra particolarmente preoccupata dalle parole di Netanyahu, interpretate come un messaggio alla sua base elettorale e all'ala destra del suo governo, in vista delle elezioni del 27 ottobre.

I paletti israeliani: niente Stato palestinese e il ruolo di Smotrich

La posizione di Netanyahu si articola su due punti fermi, che vanno oltre la questione del disarmo. Il primo è il rifiuto categorico di qualsiasi prospettiva che porti alla nascita di uno Stato palestinese, come ribadito con la formula "Finché sarò premier, non ci sarà, né a Gaza né in Cisgiordania. Né 'Fatahstan' né 'Hamastan'". Il secondo è la necessità di tenere insieme una coalizione di governo in cui gli elementi più radicali, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, premono per una linea di maggiore durezza e per il mancato rispetto dell'accordo.

Smotrich ha infatti plaudito alle parole di Netanyahu, ringraziandolo per aver chiarito che "non ci ritireremo di un millimetro dalla Striscia". Su questo fronte, Netanyahu si trova a dover gestire le pressioni della destra estrema, che chiedono l'annientamento totale di Hamas, e quelle dell'amministrazione Trump, che spinge invece per l'attuazione della roadmap.

La "roadmap" in 15 punti e lo stallo sulle tempistiche

Il cuore del contendere è il documento in 15 punti annunciato da Trump il 31 luglio come "l'accordo del secolo". Il piano prevede un percorso graduale: il disarmo di Hamas e degli altri gruppi armati, il ritiro israeliano settore per settore, l'ingresso di una Forza Internazionale di Stabilizzazione (Isf) e la creazione di un'amministrazione palestinese tecnica per governare la Striscia. Il nodo della discordia è la sequenza.

Per Netanyahu, il ritiro deve avvenire solo dopo il disarmo completo e verificato di Hamas, mentre il piano americano prevede un processo parallelo. Da parte sua, l'inviato del BoP, Nikolay Mladenov, ha ribadito che Israele sarà tenuto a ritirarsi "settore per settore" solo dopo che le armi di Hamas saranno state rese inutilizzabili. Hamas, nel frattempo, ha ribadito il proprio impegno per la roadmap concordata al Cairo, chiedendo ai mediatori di fare pressione su Netanyahu affinché non ostruisca il processo per ragioni elettorali.

Il contesto iraniano e la sponda di Teheran

A complicare ulteriormente lo scenario mediorientale, si inserisce la questione iraniana, con il presidente Masoud Pezeshkian che ha riferito di un lungo e positivo incontro di sette ore con la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, per discutere delle difficoltà economiche, dell'occupazione e delle conseguenze delle sanzioni. Un segnale di compattezza interna, in un momento di forte tensione con gli Stati Uniti, proprio mentre il piano per Gaza sembra incepparsi.

La partita, insomma, rimane aperta e giocata su più tavoli, dove la retorica della fermezza si accompagna a un negoziato sotterraneo che cerca di salvare un'intesa dichiarata storica ma dai contorni ancora tutti da definire.

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