Il fallimento della deterrenza e la giornata del disarmo in un mondo in fiamme
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Redazione Interno
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I cieli del Medio Oriente sono tornati a riempirsi di missili e droni, l’ombra dell’atomica si allunga fino ai programmi degli Stati europei, il mondo assiste a un’escalation che corre più veloce della diplomazia e intanto i bilanci militari lievitano. È in questo clima in cui il linguaggio della forza sembra aver sostituito quello del diritto che, proprio ieri, i movimenti pacifisti hanno rilanciato la richiesta di fermare la corsa alle armi, in occasione della Giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione, che si celebra ogni 5 marzo. Una ricorrenza, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che cade in un momento storico in cui gli accordi internazionali mostrano crepe profonde e la fiducia nel diritto internazionale appare quanto mai incrinata. Mentre le diplomazie faticano a trovare un lessico comune, i fatti sul campo – dalle coste del Golfo Persico fino al cuore dell’Europa – raccontano una verità diversa: quella di un riarmo generalizzato che procede senza troppi ostacoli. La logica della deterrenza, pilastro delle strategie di sicurezza durante la Guerra Fredda, viene oggi messa in discussione non solo dagli attivisti, ma persino da analisti e da una parte crescente dell’opinione pubblica, che ne iniziano a scorgere i limiti strutturali. Il conflitto in Ucraina, giunto ormai al quarto anno, ha contribuito a normalizzare l’idea che l’aumento della spesa militare sia l’unica risposta possibile alle minacce, e la recente riaccensione delle ostilità in Medio Oriente non fa che rafforzare questa percezione, spingendo i governi a competere in una pericolosa gara a chi possiede l’arsenale più pesante.
L’escalation militare e il riarmo europeo
Mentre le fiamme divoravano una petroliera statunitense nel Golfo e un’unità navale iraniana veniva affondata al largo dello Sri Lanka, l’Unione Europea portava avanti il suo ambizioso piano di riarmo, varato ufficialmente nello scorso anno. Quel piano, ribattezzato *Rearm Europe*, mira a mobilitare circa 800 miliardi di euro per potenziare le capacità difensive del continente, una cifra che include un nuovo strumento da 150 miliardi in prestiti agli Stati membri per investimenti nel settore della difesa. Si tratta di una svolta epocale per l’UE, storicamente nata come progetto di pace, che ora si trova a dover gestire non solo le conseguenze economiche della pandemia – attraverso il Next Generation EU – ma anche un’emergenza bellica ai suoi confini orientali e una instabilità crescente in quella meridionale. Parallelamente, la NATO spinge i suoi membri ad aumentare ulteriormente le percentuali di PIL destinate alla difesa, in un clima di competizione globale che vede gli Stati Uniti di Trump concentrati sul fronte indo-pacifico e meno disposti a garantire la sicurezza europea senza contropartite. Il quadro che ne deriva è quello di un’Europa che, da un lato, cerca di colmare il vuoto lasciato da un alleato atlantico meno prevedibile e, dall’altro, prova a sviluppare una propria autonomia strategica, un percorso irto di ostacoli che richiede scelte politiche coraggiose e investimenti ingenti. Non è un caso che, in questo contesto, anche il dibattito sulla condivisione dell’ombrello nucleare francese abbia fatto passi da gigante, con il presidente Emmanuel Macron che ha riaperto la discussione su una dottrina che includa una cooperazione più stretta con i partner europei.
Le ragioni dei pacifisti e il collasso dei trattati
La Rete Italiana per la Pace e il Disarmo, nel giorno dedicato alla consapevolezza, ha voluto sottolineare come l’attuale ondata di violenza non sia un incidente della storia, ma l’esito di una traiettoria precisa, fatta di scelte politiche che hanno progressivamente smantellato l’architettura del disarmo costruita nei decenni passati. Il collasso, nel 2019, del Trattato INF che vietava i missili a medio raggio, la rottura dell’accordo sul nucleare iraniano, la perdita di efficacia del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e il mancato rinnovo dell’accordo New Start tra Stati Uniti e Russia sono solo alcuni dei tasselli di un mosaico inquietante. A questi si aggiunge la decisione francese di aumentare il proprio arsenale atomico, una mossa che, per quanto giustificata con la necessità di proteggere l’Europa, rischia di innescare una nuova corsa agli armamenti nucleari sul continente. I pacifisti, da anni inascoltati, vedono in questi eventi la conferma delle loro tesi: la deterrenza, lungi dal garantire la pace, moltiplica i fattori di instabilità, trascinando il mondo da una crisi all’altra. E mentre i governi investono migliaia di miliardi in armi – la spesa militare globale ha raggiunto i 2.630 miliardi di dollari nel 2025 – le risorse per la sanità, l’istruzione e la lotta al cambiamento climatico si riducono drasticamente, una contraddizione che appare sempre più difficile da ignorare.
Le conseguenze umanitarie e la risposta nonviolenta
Dietro i numeri e le strategie geopolitiche, esiste una dimensione umana fatta di vittime civili, profughi e di un’emergenza umanitaria che, come nel caso del conflitto in Medio Oriente, rischia di assumere proporzioni bibliche. La Puglia, con le sue coste sull’Adriatico, si trova teoricamente nel raggio d’azione di missili iraniani, ma il vero pericolo, sottolineano gli esperti, non è tanto militare quanto umanitario, con l’ondata di profughi che potrebbe investire l’Europa meridionale in caso di allargamento del conflitto. Di fronte a questo scenario, la scelta della nonviolenza non appare più solo come un ideale, ma come una necessità pratica. I movimenti pacifisti, lontani dall’essere semplici Cassandre, lavorano per costruire reti di dialogo tra le società civili dei paesi in conflitto, sostenendo economicamente quelle organizzazioni israeliane e iraniane che promuovono la pace e rifiutando la logica della tifoseria che appiattisce le complessità di ogni guerra. È un lavoro di prevenzione e di ricostruzione del tessuto sociale che, se non fa notizia, rappresenta l’unica alternativa credibile alla spirale della violenza, un impegno che richiede pazienza e determinazione in un’epoca che sembra aver perso la memoria degli orrori del conflitto.




