Trump a Sharm el-Sheikh, un piano di pace per Gaza tra ostaggi liberati e ricostruzione
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Redazione Esteri
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La firma dell’accordo di pace, che ha portato alla liberazione degli ultimi venti ostaggi in vita da parte del movimento Hamas e al contemporaneo rilascio di 1.968 prigionieri palestinesi da Israele, segna un momento cruciale, sebbene gravato da un retaggio di violenza unilaterale che, come sottolineano alcune voci, ha caratterizzato gli ultimi due anni di conflitto, trasformando lo scontro in un massacro che ha colpito prevalentemente una popolazione civile. I familiari dei detenuti palestinesi liberati, che li hanno abbracciati a Jenin, hanno espresso una gioia tale da cancellare, almeno per un giorno, il ricordo della displacement e delle sofferenze patite, in un momento di commozione che sembra simbolicamente suggellare la fragile tregua.
Il vertice egiziano e la nuova architettura di sicurezza
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, presiedendo il vertice di Sharm el-Sheikh al quale hanno partecipato una trentina di leader arabi ed europei, ha impresso una direzione inedita alle trattative, concentrandosi non solo sulla cessazione delle ostilità a Gaza ma anche sulla sua futura stabilità. Trump ha apertamente contemplato un ruolo per Hamas come forza dell’ordine all’interno della striscia, una prospettiva che, sebbene controversa, è stata accolta come un passo concreto verso la normalizzazione: “Vogliono porre fine ai problemi e lo hanno accettato apertamente”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca, delineando uno scenario in cui l’organizzazione, da antagonista militare, potrebbe assumere responsabilità di sicurezza in un territorio devastato.
Le dichiarazioni di re Abdullah II e l’ombra di Netanyahu
Mentre in Qatar prendono il via le discussioni operative sulla fase due dell’accordo, che affronta nodi cruciali come la messa in sicurezza dell’enclave, la sua amministrazione transitoria e le garanzie contro un nuovo conflitto, le dichiarazioni di re Abdullah II di Giordania all’emittente Bbc introducono un elemento di cautela. Il sovrano ha infatti espresso scetticismo verso il primo ministro israeliano, affermando: “Senza lo Stato Palestinese, il Medio Oriente è spacciato. Non mi fido di Netanyahu, ma ci sono altri leader arabi con i quali collaborare per costruire la pace”. Una presa di posizione che, se da un lato evidenzia le diffidenze reciproche, dall’altro sottolinea la volontà di procedere attraverso coalizioni regionali alternative.
La ricostruzione e il futuro assetto di Gaza
La complessa macchina della ricostruzione, che dovrà affrontare sfide immense dopo anni di distruzioni, si intreccia dunque con la ridefinizione del quadro politico e di sicurezza. L’ipotesi di un coinvolgimento di Hamas nella gestione ordinaria della striscia, sebbene appaia ad alcuni come una beffa surreale proposta da chi è stato considerato un “massacratore”, rappresenta un capovolgimento strategico di notevole portata, il cui esito dipenderà dalla capacità di tradurre gli accordi di principio in una governance sostenibile, in grado di prevenire il riaccendersi delle ostilità e di avviare una concreta ripartenza per una popolazione stremata.




