Vertice a Sharm el-Sheikh, Trump consolida la tregua e guarda al dopo-Gaza
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Redazione Esteri
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Mentre le operazioni per sminare e rendere di nuovo agibili le strade principali della Striscia di Gaza entrano nel vivo, con le macchine che spianano le macerie di un conflitto la cui fine è ora affidata a un delicato negoziato, l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi ospita nella cornice di Sharm el-Sheikh un vertice cruciale, fortemente voluto e personalmente presieduto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. All’incontro, che si prevede formale e operativo più che simbolico, prenderanno parte una ventina di Paesi, chiamati a dare sostanza e legittimazione internazionale a un cessate il fuoco la cui tenuta, sebbene per ora rispettata, necessita di essere consolidata. L’assenza, voluta e strutturale, di Israele e Hamas – le due parti in causa direttamente nel conflitto – delinea un percorso diplomatico che punta a una mediazione regionale e globale, la quale, aggirando il contatto diretto tra i nemici, mira a costruire un quadro di stabilità attraverso garanzie esterne.
Un summit per blindare la fase uno e aprire alla due
L’obiettivo primario della riunione, come è emerso dalle intenzioni dichiarate, è quello di “porre fine alla guerra” e di impedire che la tregua, ancora giovane, possa sgretolarsi sotto il peso di eventuali violazioni o di tensioni latenti. Trump, che ha fatto della stabilizzazione del Medio Oriente uno dei capisaldi della sua azione di governo, intende utilizzare questo vertice come una leva per rendere irreversibile un processo di pacificazione che, partendo dalla Striscia di Gaza, ambisce a riallineare gli equilibri di tutta l’area. La prima fase, quella che in queste ore vede il suo momento più delicato con lo scambio di ostaggi e prigionieri, deve essere soltanto il preludio a una fase due, più ambiziosa e complessa, che prevede la stabilizzazione di Gaza sotto l’egida di una forza di controllo arabo-internazionale e l’espansione di quegli Accordi di Abramo che hanno già ridisegnato, in precedenza, le relazioni tra alcuni Stati arabi e Israele.
Sicurezza massima e assenze strategiche
La città egiziana, per l’occasione, è stata blindata con misure di sicurezza straordinarie, a testimonianza dell’importanza dell’evento e della delicatezza del momento politico. Le strade sono presidiate, il dispiegamento di forze è massiccio, in un’atmosfera che unisce la solennità della diplomazia alla cautela dettata dalla posta in gioco. In questo contesto, l’assenza dei due attori principali del conflitto – Israele e Hamas, che non intrattengono contatti diretti e la cui partecipazione non era prevista – non è percepita come un vuoto, bensì come la condizione necessaria affinché i negoziati possano procedere senza intoppi, delegando a una coalizione più ampia il compito di tracciare la rotta. Si tratta di un modello di mediazione che, pur lasciando fuori dalla stanza i diretti interessati, punta a creare un ambiente favorevole all’implementazione degli accordi.
Lo sguardo è già rivolto alla ricostruzione
Oltre alla stabilizzazione militare e politica immediata, il vertice non può ignorare le devastazioni materiali che la guerra ha prodotto. Il tema della ricostruzione di Gaza, sebbene sia un orizzonte che segue la piena attuazione del cessate il fuoco, rappresenta un tassello fondamentale per qualsiasi prospettiva di pace duratura. L’intenzione dichiarata è quella di costruire un dopoguerra in cui Hamas non possa tornare a governare la Striscia e in cui Israele, da parte sua, possa rientrare in un quadro regionale che non la veda più isolata. È un disegno strategico che unisce, in un unico piano, la gestione dell’emergenza umanitaria alla visione di un assetto geopolitico rinnovato, nel quale gli accordi di pace già esistenti possano trovare nuovo slancio e ulteriore espansione.




