Vertice a Sharm el-Sheikh, Trump consolida la tregua e guarda al futuro di Gaza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre in Egitto proseguono i preparativi per il vertice che questo pomeriggio a Sharm el-Sheikh sancirà formalmente la firma dell’accordo di pace, promosso con determinazione dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e organizzato dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, a Gaza bulldozer e ruspe hanno iniziato la lenta e complessa opera di rimozione delle macerie. L’incontro, al quale prenderanno parte circa una ventina di Paesi, insieme alle leadership di Onu, Lega Araba e Unione europea, rappresenta il culmine di una fase diplomatica intensa, tesa a cristallizzare il cessate il fuoco raggiunto dopo settimane di conflitto. Un passaggio, questo, che Trump intende rendere irreversibile, conferendogli una legittimazione internazionale ampia e trasversale, come dimostra l’eterogeneità dei partecipanti, sia alleati che non, convocati per conto dell’amministrazione americana.

Un vertice operativo per obiettivi concreti

Quello di Sharm el-Sheikh non è concepito come un appuntamento meramente simbolico, bensì come un summit operativo, dotato di obiettivi precisi e di una road map da seguire. La priorità immediata, come emerso chiaramente dalle intenzioni dichiarate, consiste nell’impedire che il fragile cessate il fuoco si sgretoli, vanificando gli sforzi compiuti. Parallelamente, si lavora per costruire le fondamenta di un dopoguerra in cui Hamas non possa ritornare a governare la Striscia e in cui Israele, da parte sua, possa rientrare in un quadro regionale senza ritrovarsi isolata. La sfida di Trump, che oggi ha toccato Israele prima di raggiungere l’Egitto, si articola dunque su due piani: blindare la pace a Gaza e, al contempo, gettare le basi per la fase successiva del suo piano mediorientale.

La strategia di Washington: dalla stabilizzazione agli Accordi di Abramo

Il vertice egiziano si propone infatti di trasformarsi in una leva strategica per aprire la strada a sviluppi più ampi. L’ambizione dichiarata è quella di “porre fine alla guerra e arrivare alla stabilità in Medio Oriente”, un traguardo che passa inevitabilmente attraverso la stabilizzazione di Gaza, che si intende realizzare con il dispiegamento di una forza di controllo arabo-internazionale. A questa iniziale fase di sicurezza, dovrà seguire un imponente piano di ricostruzione della Striscia, di cui si iniziano a discutere i contorni. Non secondario, poi, è l’obiettivo di espandere gli Accordi di Abramo, quei patti di normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi che l’amministrazione Trump considera un pilastro fondamentale per il futuro assetto dell’area.

I protagonisti assenti e il delicato scambio di prigionieri

In questa cornice diplomatica, gli unici assenti rimangono Hamas e i rappresentanti israeliani, entrambi impegnati nell’applicazione pratica della prima fase dell’accordo di tregua. La loro assenza fisica dal tavolo di Sharm el-Sheikh non ne sminuisce, però, il ruolo centrale in un passaggio cruciale come quello dello scambio: il rilascio degli ostaggi, da una parte, e la liberazione dei prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, dall’altra. È proprio su questo delicato meccanismo, la cui esecuzione è seguita con attenzione da tutti gli attori coinvolti, che poggia la credibilità dell’intera architettura negoziale e la possibilità di avviare una nuova, seppur incerta, pagina per la regione.

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