Gergiev alla Reggia di Caserta, polemiche oltre la musica
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Redazione Interno
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Michele dall’Ongaro, sovrintendente dell’Accademia di Santa Cecilia per un decennio, non ha dubbi: Valerij Gergiev è «uno dei più importanti direttori d’orchestra al mondo». Lo conosce bene, avendolo ospitato più volte, e ne riconosce il talento, l’energia, l’attenzione verso i giovani. Ma c’è un ma, ed è politico. «Artista straordinario, sì, ma anche simbolo del Cremlino», afferma senza giri di parole. E proprio questa doppia veste, quella del genio musicale e quella dell’uomo vicino a Vladimir Putin, divide l’opinione pubblica e scuote il mondo della cultura.
Nonostante le proteste – tra cui l’appello di Julija Navalnaja, vedova del dissidente russo Aleksej Naval’nyj – il concerto di Gergiev alla Reggia di Caserta, previsto per il 27 luglio nell’ambito della rassegna Un’estate da re, non è stato cancellato. «Un regalo alla musica, non allo zar», replicano gli organizzatori, confermando l’evento. Ma la scelta, per molti, appare come una legittimazione indiretta del potere russo, considerato che il maestro non ha mai nascosto la sua vicinanza al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con cui Putin intrattiene rapporti complessi, e ha sostenuto pubblicamente le azioni militari di Mosca.
La polemica, però, va oltre la figura di Gergiev. C’è chi, come alcuni editorialisti, invoca una separazione netta tra arte e politica, sostenendo che la musica non debba pagare per le colpe del potere. Altri ribattono che certi gesti, soprattutto in un momento di tensioni internazionali, assumono un peso simbolico innegabile. «Viene qui per anestetizzarci in nome di Putin», scrive qualcuno, sottolineando come l’arte, quando si lega a regimi controversi, rischi di diventare strumento di propaganda.




