La statua d’oro di Patriota e la stanchezza profetica di Eric Kripke: quando “The Boys” non riesce più a inventare la realtà

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La quinta e ultima stagione di The Boys si sta svolgendo sotto una luce tanto artificiale quanto quella dei riflettori di Vought, eppure c’è un’ombra che nessuno sceneggiatore, per quanto abile, può più eludere. Mentre gli episodi finali scandiscono il conto alla rovescia verso un epilogo che deve necessariamente chiudere – o forse no? – le sanguinose vicende di Billy Butcher e della sua squadra, un fenomeno paradossale si ripete con una cadenza ormai quasi meccanica. La serie satirica di Prime Video, che da sempre ha preso a morsi il fenomeno del culto della personalità e della deriva populista, si trova a inseguire un bersaglio che si muove più veloce dei suoi stessi proiettili narrativi. Il problema, per Eric Kripke, non è più scrivere una battuta abbastanza tagliente su Patriota, il superuomo psicotico che calca la scena, ma constatare amaramente come la realtà, quella vera, con i suoi assurdi proclami e le sue messe in scena kitsch, gliela consegni già bell’e pronta prima ancora che l’inchiostro della sceneggiatura sia asciutto.

L’elefante dorato nella stanza: quando la satira diventa cronaca

L’ultimo, lampante caso di questo cortocircuito temporale riguarda una colossale statua dorata di Patriota, apparsa in questa quinta stagione come simbolo ultimo della sua hybris divina. Gli spettatori, abituati agli eccessi della serie, hanno potuto vedere il villain di Antony Starr immortalato in quell’effige pacchiana e totalitaria. Peccato che, a distanza di poche ore dalla messa in onda, o forse anche meno, il mondo reale abbia deciso di fare un bis. L’immagine della statua dedicata a una certa figura politica americana – che sventola bandiere e riceve omaggi dai suoi fedeli – ha iniziato a circolare in rete, creando un effetto specchio talmente perfetto da risultare agghiacciante. Lo stesso Kripke, di fronte all’ennesima proof-of-concept involontaria, ha abbandonato ogni velleità di analisi sociologica per lasciare spazio a un criptico, ma eloquente, “Ma che cazzo?” pubblicato sui social. Non è più satira, insomma; è diventato un documentario in cui il copione sembra scritto a quattro mani tra la sala sceneggiatori e lo studio ovale.

Il criterio della paura e le logiche del potere assoluto

A detta dell’ideatore della serie, quella che agli occhi dei fan potrebbe sembrare una semplice sequela di atti gratuiti di violenza da parte di Patriota risponde invece, nella trama, a una logica spietata ma coerente. L’assassinio di Firecracker, avvenuto nel corso di un epico scontro domestico, non è stato un capriccio. Kripke ha rivelato che il superuomo segue un criterio preciso nel suo macabro giudizio: elimina chi ha paura di lui. La fedeltà cieca, la sottomissione tremante, la devozione incondizionata: per Patriota questi non sono valori, bensì segnali di debolezza che, una volta captati, decretano la sentenza. Firecracker, che pure gli era stata devota fino all’autodistruzione (e fino a tradire la propria comunità religiosa), ha firmato la propria condanna a morte nel momento in cui ha vacillato, chiedendo approvazione.

Chi, al contrario, trova una improbabile salvezza è The Legend, un personaggio minore che sopravvive proprio perché non si piega, non ha timore reverenziale e guarda il tiranno dritto negli occhi come si guarda un fenomeno da baraccone. È una lezione amara che Butcher, Hughie e gli altri devono imparare a proprie spese in questa corsa finale: per abbattere un’idolo, forse, è più efficace il disprezzo autentico che la rivolta armata, perché il narcisista patologico teme l’indifferenza più della pallottola. La tensione, mentre la serie si avvia verso la conclusione delle riprese e del montaggio, è tutta nella capacità dei protagonisti di restare umani, o almeno di fingersi tali, in mezzo a questo circo di orrori.

La stanchezza del profeta e i nodi (narrativi) al pettine

A rendere tutto più complesso, come se non bastasse il carico di sangue e superpoteri, è la reazione dello stesso cast. Kripke non nasconde un certo sfinimento, quella che potremmo definire la “stanchezza della preveggenza”. Quando gli autori tentano di costruire una parabola su un superuomo che vuole farsi dio, e la cronaca gli regala un caso analogo a quarantott’ore di distanza, la scrittura rischia di perdere il suo potere straniante. “È molto difficile fare satira in un mondo del genere”, ha ammesso. Per il pubblico italiano che segue religiosamente le uscite del mercoledì su Prime Video, in attesa dell’episodio finale previsto per il 20 maggio, la domanda non è più “Chi vincerà?”, ma piuttosto “Quale nuova, assurda mossa del mondo reale rischierà di rendere banale il gran finale?”. Il rischio concreto è che l’ennesima boutade di Patriota venga oscurata da un qualche evento reale già accaduto il giorno prima, trasformando quello che doveva essere un colpo di scena in una semplice eco scontata.

Non resta che osservare la resa dei conti, consapevoli che il confine tra la finzione (per quanto grottesca) e la realtà (per quanto assurda) non è mai stato così labile. Forse, il vero elefante nella stanza non è la statua d’oro, ma l’impotenza di una fiction che, per quanto violenta e irriverente, ha smesso di scioccare perché il mondo fuori è diventato una sua brutta copia, anzi, la sua brutta copia.

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