The Boys 5, quell’elefante nella stanza che nessuno vuole vedere

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Di solito, quando una serie tv decide di chiudere il proprio arco narrativo con una stagione finale, le attese del pubblico si concentrano su risposte, colpi di scena e destini dei personaggi. Ma con The Boys 5, l’ultima annunciata dai creatori per Prime Video, il problema non è tanto come si concluderanno le vicende di Butcher, Hughie e dei loro compagni – personaggi che dal 2019 hanno costruito un rapporto quasi viscerale con gli spettatori – quanto piuttosto cosa sta realmente accadendo fuori dallo schermo. Perché, come molti hanno ormai compreso, c’è un elefante nella stanza che il pubblico non riesce più a ignorare: la realtà, quella vera, ha smesso da un pezzo di essere un semplice specchio della finzione per trasformarsi in una sua imitazione grottesca e anticipata.

Erik Kripke, lo showrunner della serie satirica sui supereroi, è stato tra i primi a restare stupito, e lo ha raccontato apertamente su Instagram, della capacità predittiva di The Boys. L’ennesima boutade su Patriota – il villain trumpiano per eccellenza all’interno della narrazione – si è materializzata nel mondo reale con la comparsa di una statua dorata dedicata a Donald Trump, esposta durante un evento al Trump National Doral Golf Club. La replica di Kripke (“Ma che caz*o?”) ha fatto il giro dei social, ma sotto la battuta si cela un dato di fondo assai meno divertente: la quinta stagione, l’ultima, rischia di essere letta non come un atto conclusivo, bensì come un documentario ante litteram.

La satira che precede i fatti, e non il contrario

Non è la prima volta che *The Boys* si trova in questa scomoda posizione. Già in passato, scene e situazioni pensate come esagerazioni grottesche hanno trovato riscontro in episodi di cronaca politica o sociale americana. Tuttavia, con la quinta stagione in arrivo – e con le riprese che hanno dovuto confrontarsi con un contesto politico mutato rispetto agli esordi – il meccanismo si è invertito. Se prima era la serie a inseguire la realtà, ora è la realtà a correre più veloce della sceneggiatura, lasciando Kripke e i suoi scrittori nella paradossale posizione di dover gestire un prodotto che la vita reale ha già in parte “spoilerato”.

Un intreccio narrativo che diventa scomodo per la piattaforma

Mentre i fan attendevano una chiusura epica, Prime Video sembra invece avere altre priorità. La piattaforma, che ha costruito buona parte del suo successo su questa serie cruda e dissacrante, si trova ora a dover bilanciare la spinta autoriale di Kripke – il quale non ha mai nascosto la propria anima politica – con le esigenze di un mercato globale sempre più attento a non alienarsi fasce di pubblico. Il risultato è una tensione strisciante che traspira da ogni comunicato ufficiale: da un lato, la necessità di non rinnegare l’identità della serie; dall’altro, il timore che la satira possa risultare troppo realistica per essere ancora definita tale.

L’elefante si chiama banalizzazione del mostruoso

Il vero nodo, però, è un altro. Il problema non è che *The Boys* abbia “previsto” la statua dorata di Trump. Il problema è che ormai nessuno si stupisce più di queste convergenze. L’elefante nella stanza, quello che il pubblico fatica a nominare, è l’assuefazione collettiva a uno spettacolo politico-mediatrico dove l’assurdo è diventato routine. La quinta stagione, proprio perché ultima, rischia di chiudersi non con un grido di allarme, ma con un semplice “ve l’avevamo detto” che nessuno ascolta più. E in questo senso, più che di preveggenza, si dovrebbe parlare di cronaca mancata.

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