Pif, la fatica di dire “ti voglio bene” e quell’ossessione per i cannoli

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Pif, lo si sa, ha sempre avuto il coraggio di mescolare l’ironia con il macigno dei grandi temi esistenziali. Stavolta, però, l’ex agente immobiliare (per finta) e regista (per davvero) si scontra con un muro molto personale: la difficoltà a pronunciare quelle tre parole che sembrano semplici – “ti voglio bene” – e che invece, per lui, rappresentano un macigno. «Faccio fatica a dirlo, non riesco a perdonarmelo», ammette, quasi fosse un’ossessione paragonabile solo a un’altra, molto più dolce. Perché se c’è una cosa che lo mette in crisi – a parte i sentimenti – è la pasticceria siciliana. Da ragazzo, confessa, sentiva una voce interiore che gli diceva “cannolo” e, senza pensarci due volte, usciva di casa per comprarlo. Una compulsione che restituisce bene l’immagine di un uomo che segue gli istinti, anche quelli gastronomici, senza filtri.

Un agnostico a cena col Papa, tra dubbi e richieste mondane

La conversazione, a questo punto, non può che scivolare su un terreno minato: la fede. Dopo aver scritto un libro in cui l’elemento spirituale era quasi assente, l’incontro ravvicinato con i lettori – e soprattutto con il pubblico del cinema – ha modificato le sue percezioni. Nel film *“...che Dio perdona a tutti”*, infatti, fa la sua comparsa una figura ingombrante e al contempo rassicurante, quella di un Papa che nel romanzo non c’era. È un’aggiunta non casuale, quella di un pontefice che assurge a complice inaspettato del protagonista Arturo, l’agente immobiliare interpretato dallo stesso Pif, innamorato di una pasticcera (Giusy Buscemi) dal credo incrollabile. Tuttavia, a spezzare la profondità del discorso, arriva una richiesta secca, quasi un *punchline* da comico navigato: «Voglio che si sappia che da questo momento chiedo accesso a tutte le feste di Vanity Fair in Italia e nel mondo». La motivazione, spiazzante nella sua onestà, è un «Dai, mi accontento, anche solo in Italia va bene lo stesso». Un modo, il suo, per riportare i piedi per terra anche quando si parla di anime e salvezza.

La Palermo ipocrita, l’amore e la ricetta della cassata

E proprio a proposito di cinema, torniamo al film che uscirà il 2 aprile distribuito da PiperFilm. *“...che Dio perdona a tutti”* è una commedia sentimentale che si nutre di contrasti: da una parte l’amore totalizzante per Flora (Giusy Buscemi), dall’altra la passione viscerale per i dolci, in particolare quelli farciti con la ricotta. La trama è un continuo alternarsi di liturgia e pasticceria, dove l’ipocrisia della “fede di facciata” che caratterizza la borghesia palermitana viene spazzata via dall’entusiasmo genuino (e spesso esagerato) di Arturo. Lui, che si finge credente per conquistare la donna amata, si trasforma presto in un integralista imprevedibile, mettendo in crisi non solo i veri cattolici ma anche i "cattolici tiepidi" che lo circondano. La frase che risuona come un manifesto, in questa storia, è quasi un paradosso: «Un cannolo vi seppellirà, non una risata, magari una cassata». Perché davanti a un buon ripieno di ricotta, per Pif, anche la spiritualità più profonda può passare in secondo piano, o almeno mescolarsi a essa in un impasto gustoso.

Il metodo Diliberto: niente conclusioni, solo ricerca interiore

Cosa è cambiato, allora, nel suo pensiero da quando ha scritto il libro? Lui stesso si definisce un agnostico in crisi, o forse solo un osservatore più attento. L’incontro con figure come quella del Papa – che nel film è un mentore immaginario ma che nella realtà Pif ha incontrato e ascoltato (ricorda quando il Santo Padre scomunicò i mafiosi) – ha ribaltato la prospettiva. Non c’è una conversione, attenzione, ma una consapevolezza nuova. La religione, per come la racconta, è una questione scomoda, che non può essere liquidata con il semplice rito domenicale o con la processione patronale che tutti sanno da chi è frequentata. La sfida di Arturo – e forse la stessa sfida di Pif dietro la macchina da presa – è dimostrare che si può essere coerenti anche nell’incoerenza. Che si può amare una donna profondamente religiosa senza esserlo, così come si può passare la vita a inseguire il cannolo perfetto senza mai smettere di chiedersi cosa ci sia, oltre la glassa e la ricotta. E questa, alla fine, è l’unica verità che conta in una sala cinematografica.

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