Pif e quel «cannolo» interiore che non tace mai: fede, dolci siciliani e la richiesta a Vanity Fair
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un’ossessione, nella vita di Pierfrancesco Diliberto, che lui stesso fatica a spiegarsi e che forse non ha mai davvero voluto analizzare fino in fondo. Si tratta di una voce interiore, ascoltata fin da ragazzo, una sorta di richiamo irresistibile che gli sussurrava una parola sola – «cannolo» – spingendolo ad alzarsi e a uscire di casa per comprarne uno. Questo meccanismo, che Pif racconta con la consueta mescolanza di ironia e sincerità brutale, si accompagna però a un’altra difficoltà, molto più intima e meno dichiarabile: la incapacità di pronunciare la frase «ti voglio bene». Una paralisi affettiva, la sua, che il comico e regista cinquantatreenne non riesce a perdonarsi, quasi fosse un difetto di fabbricazione dell’anima.
Ma c’è un’altra urgenza, più mondana e al contempo surreale, che Diliberto ha voluto rendere pubblica in queste ore. «Voglio che si sappia – ha dichiarato – che da questo momento chiedo accesso a tutte le feste di Vanity Fair in Italia e nel mondo». Poi, con un cedimento autoironico, ha corretto il tiro: «Dai, mi accontento, anche solo in Italia va bene lo stesso». Affare fatto, chiosa qualcuno. Eppure, al di là della boutade, il vero nodo della sua riflessione attuale è un altro, ed è profondamente legato al suo rapporto con la fede e con il cinema.
Dall’agnosticismo al colloquio con un papa immaginario
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, ha costruito il suo quarto film da regista – «…che Dio perdona a tutti» – a partire da uno smisurato amore verso Jorge Bergoglio. L’opera, nata come adattamento di un proprio libro, ha subito una trasformazione significativa durante il percorso di scrittura e, soprattutto, grazie agli incontri con i lettori. Sono stati loro, racconta, a cambiare alcune sue percezioni: nel film, infatti, è comparsa la figura di un papa che nel testo originale non c’era. Non un pontefice reale, ma una proiezione immaginaria, un Francesco rivoluzionario che diventa confidente e specchio dell’agnosticismo tormentato del protagonista.
Quel protagonista si chiama Arturo, agente immobiliare che crede in poco o nulla, e che si innamora di Flora, una pasticciera cattolicissima. Da qui, una commedia sentimentale che è anche un vangelo laico, una parabola siciliana dove i dolciumi e le cassate si mescolano a domande teologiche. Pif firma così un film personale, tenero e ironico, dove il Bene universale si scontra con le debolezze quotidiane: la voce che dice «cannolo», la paura di ammettere l’amore, la difficoltà di inginocchiarsi senza sentirsi un impostore.
Bergoglio, le feste patinate e la ricerca interiore
Le vie del Signore sono infinite, o tali sembravano durante il pontificato di Francesco. Nel film di Pif, però, l’omaggio al pontefice non è agiografico: è semmai un riconoscimento della sua capacità di accoglienza, quella stessa accoglienza che Diliberto cerca forse anche nelle redazioni patinate di Vanity Fair. La richiesta di accesso alle feste – avanzata con ironia ma non del tutto a caso – è il contraltare mondano di una ricerca spirituale che non trova pace. Perché il regista, da agnostico dichiarato, ammette che scrivere il libro e poi girarne il film lo ha messo di fronte a una verità scomoda: l’agnosticismo non è una fortezza, ma un territorio minato da dubbi, ricordi di famiglia e dolci che chiamano a sé.
Una scena del film, tra l’altro, mostra Pif accanto a un attore che interpreta Bergoglio (Carlos Hipolito), in un dialogo surreale che è il cuore pulsante dell’opera. Non c’è conversione, però. C’è semmai la consapevolezza che la fede, o la sua assenza, si misurano ogni giorno sulle piccole cose: su un ti voglio bene non detto, su un cannolo comprato di nascosto, su una porta chiusa di una festa esclusiva.
Ossessioni, silenzi e il peso delle parole non dette
Torniamo al punto di partenza: quella voce. Pif dice di sentirla ancora, a cinquantatré anni, e di non riuscire a perdonarsi nemmeno adesso la facilità con cui obbedisce al richiamo del dolce. È un’ossessione che mescola memoria sensoriale, colpa e tenerezza, e che nel film diventa metafora di una fame più grande: quella di un senso, di un perdono, di un accesso – fosse anche solo a un party – che renda meno solitario il cammino dell’agnostico. Il regista, insomma, non conclude nulla. Non promette conversioni e non rinnega le sue difficoltà affettive. Si limita a metterle in scena, con la precisione di chi sa che certe parole («ti voglio bene») sono più difficili da dire di una preghiera intera.




