Pif, quel «cannolo» nella testa e l’ossessione per i dolci siciliani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Cultura e Spettacolo
-
Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, confessa un limite che forse non ci si aspetterebbe da un uomo di spettacolo: «Faccio fatica a dire “ti voglio bene”, non riesco a perdonarmelo». Una frase, la sua, che arriva dritta da un’intervista in cui il regista e attore palermitano – lo stesso che ha raccontato la mafia con ironia e poi la guerra, il lavoro, la tecnologia – si lascia andare a un’autoanalisi tanto sincera quanto disarmante. Il meccanismo interiore, spiega, è talmente radicato da sfiorare l’ossessione, ma non certo l’unica: perché accanto a questa difficoltà emotiva ce n’è un’altra, decisamente più golosa. «Da ragazzo sentivo una voce che diceva “cannolo” e uscivo a comprarlo», rivela, consegnando al pubblico un’immagine quasi onirica di sé adolescente, vittima di un richiamo irresistibile che dalla pasticceria siciliana si faceva strada dritto verso le strade di una Palermo ironica e ipocrita, quella che poi avrebbe messo al centro del suo nuovo film.
«Voglio entrare a tutte le feste di Vanity Fair»
L’occasione per queste dichiarazioni – rilasciate senza filtro – è stata la promozione del suo ultimo lavoro cinematografico, “…che Dio perdona a tutti”, tratto dal suo stesso romanzo. Nel mezzo della conversazione, però, Pif lancia una richiesta tanto spiazzante quanto esplicita: «Voglio che si sappia che da questo momento chiedo accesso a tutte le feste di Vanity Fair in Italia e nel mondo. Dai, mi accontento, anche solo in Italia va bene lo stesso». Un’uscita che mescola autoironia e ambizione, senza alcuna timidezza, e che l’intervistatore archivia con un secco «affare fatto». Un dettaglio, quest’ultimo, che restituisce bene il tono di un dialogo dove il registro leggero non cancella però le domande più profonde, a cominciare da quella sulla fede.
Dall’agnosticismo del libro al Papa nel film
Quando gli chiedono in cosa sia cambiato il suo pensiero da quando ha scritto il romanzo a oggi – lui che si definiva agnostico – la risposta è netta e affidata all’esperienza diretta: «Gli incontri con i lettori hanno cambiato alcune mie percezioni». Tanto che nella trasposizione cinematografica, a differenza della pagina scritta, compare la figura di un Papa. Un’aggiunta non casuale, visto che il film ruota attorno alla storia di Arturo, agente immobiliare con una passione divorante per i dolci, il quale si innamora di Flora, pasticcera. La loro relazione, apparentemente perfetta, si scontra però con una divergenza di fondo: la diversa visione della religione. E qui Pif gioca la sua carta, mescolando ironia e spietatezza nel racconto di un cristianesimo di facciata, di un’ipocrisia palermitana che lui conosce bene, senza mai cedere alla predica.
Un cannolo vi seppellirà, non una risata
«Un cannolo vi seppellirà, non una risata, magari una cassata», scrivono nelle recensioni. E in effetti il protagonista, Arturo, sembra vivere con un dolce fisso nella testa, come quella voce che da ragazzo ordinava a Pif di uscire di casa per comprare un cannolo. La pasticceria diventa così metafora di un desiderio terreno, potentissimo, che si scontra con la spiritualità senza mai risolverla del tutto. Il film, uscito nel 2026, segna l’ennesimo cambio di registro per un autore che però resta riconoscibile al primo sguardo: non tanto per lo stile visivo, quanto per una voce precisa, ironica, disillusa, capace di trasformare una difficoltà a dire “ti voglio bene” in una scena di cinema, e un’ossessione per i dolci in un racconto sulla fede. Senza mai giudicare, senza mai concludere. Solo raccontando.




